Categoria: Cultura

  • Ho partecipato ad un evento Magic: the Gathering dopo 10 anni. La mia esperienza con la Prerelease di Lo Hobbit!

    Ho partecipato ad un evento Magic: the Gathering dopo 10 anni. La mia esperienza con la Prerelease di Lo Hobbit!

    Il titolo direi che parla da sé: dopo dieci anni, sono tornato a giocare dal vivo ad un evento ufficiale organizzato da Wizard of the Coast, casa madre del gioco di carte più bello al mondo: Magic: the Gathering. E non avrei potuto ricongiungermi con un evento dal vivo in un momento migliore, essendo appena uscita sui tavoli la nuova espansione dedicata a Lo Hobbit. Una storia senza tempo, l’avventura delle avventure. Ed io ho voluto esserne parte.

    Aspettative, paura e adrenalina al pensiero di mettermi in gioco con altri giocatori e affrontarli sul campo di battaglia con nani, goblin, elfi e draghi.
    Sarà un articolo lungo, quindi preparate la vostra seconda torta della mattinata da buoni Hobbit, una buona tazza di tè o le vostre migliori varietà di erba pipa, perchè abbiamo molto di cui parlare. Cominciamo!

    Il mio rapporto con Magic: the Gathering

    Era il 2005 quando ho scoperto Magic: the Gathering insieme a mio fratello in una delle tante estati al mare. Al tempo il gioco era fatto di raccoglitori ad anelli con fogli venduti singolarmente, sleeves protettive trasparenti e sabbia che ti mangiava letteralmente le carte più forti del mazzo. Il primo deck? Un bellissimo (e complesso) mazzo Solarizzazione direttamente da Quinta Alba del 2004. Ricordo che mi aveva affascinato sin da subito l’idea di poter giocare un mazzo pentacolore, racchiudendo in 60 carte tutto il potere dei 5 mana -esatto, all’epoca non esisteva l’incolore-. Tra artefatti ed indistruttibilità, l’estate passa tra un partita e quella successiva, e pian piano comincio la costruzione di un mazzo monocolore bianco grazie all’interesse verso l’archetipo Chierico. Nei mesi successivi assistiamo alla storia di Magic, con le espansioni del ciclo di Kamigawa tra ratti ninja e spiriti, per arrivare alle Gilde di Ravnica, che ancora oggi danno il nome alle combinazioni di colore dei mazzi che compongono il meta.

    Flash forward, arriviamo al 2016. Durante la laurea magistrale riprendiamo con un paio di compagni di corso dei mazzi d. All’epoca a far da padrone è Theros, con un mercato delle carte in cui è Yu-gi-oh a dominare la scena. Poco spazio per Wizard of the Coast, che fatica a riempire gli eventi agli LGS (local game store) a causa dei prezzi esorbitanti dei prodotti base. Fatto sta che ci iscriviamo ad un torneo di Modern, e riesco pure a vincere un turno con il mio mazzo precostituito Inspiring Heroes bianco-blu. contro un deck spaccaterre. Ripensandoci col senno di poi, ho avuto decisamente la fortuna del principiante.

    Arriviamo all’autunno 2024, e mi riavvicino a Magic mosso dall’interesse per il mondo del collezionismo. Il gioco di carte di casa Wizard sta avendo un boom, grazie all’espansione Universe Beyond di Lord of the Rings: Tales of the Middle Earth. Un set gigantesco -281 sono solo le carte del set base- che riesce ad affascinare fedeli di Magic e amanti della lore di Tolkien. Seguo con interesse le espansioni e recupero qualche busta di Bloomburrow, e Secrets of Strixhaven. La voglia è tanta ma il tempo e i contatti si sono ridotti, complice il trasferimento in una nuova regione per lavoro ed una responsabilità familiare. E così, quando è stato annunciato il set de Lo Hobbit, ho capito che non avrei dovuto saltare il suo evento di pre-release. La data ufficiale viene ufficializzata da WoTC per il weekend di prerelease del 7-8-9 Agosto. Partecipare all’evento pomeridiano del sabato è fuori discussione: per ottimizzare i tempi e immergersi nella magia della lore, il Friday Night è il momento giusto.

    Magic: the Gathering Lo Hobbit

    Passano i mesi ed entriamo in piena spoiler season per questa espansione tutta a tema nani, elfi e goblins. Da amante dell’avventura di Bilbo, sono rimasto incantato dalle preview delle carte che ripercorrono tutti i momenti della storia con i personaggi che ho amato; le terre poi, meritano una citazione a parte. A partire da Hobbiton passando per le terre selvagge raffigurate mediante illustrazioni full art con tema a stagioni e viaggio della compagnia, si segue il viaggio di Bilbo, lo stregone e i nani fino a Pontelagolungo e da lì passando per Dale sino a Erebor, la dimora perduta da Thorin Scudodiquercia e con lei il tesoro tenuto in ostaggio dal feroce drago Smaug.

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    Leon Tukker – The Lonely Mountain (credits: Wizard of the Coast)

    Il tempo passa, cambia solo una cosa: tutto

    Tornando al torneo del 2016, era stato parecchio divertente: ci si registrava lasciando i dati e il titolare del negozio ti rilasciava la DCI Membership Card, tessera cartacea con il codice a barre identificativo che ti permetteva di tenere traccia a sistema dei tuoi punti in lega. Un sistema in stile ELO come si usa per gli Scacchi o gli e-Games.

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    la mia tessera DCI

    è bastato fare una breve ricerca online per scoprire che il sistema DCI oggi è obsoleto e non più gestito. al suo posto, vi è una gestione basata sull’uso di un account ufficiale Wizard insieme ad una MTG Companion App per supporto durante eventi ufficiali. Nel caso di una prerelease, l’app tiene traccia dei risultati dei turni per i vari giocatori fornendo classifica e accoppiando i players per il turno successivo.

    La mia preparazione per la Prerelease

    In Prerelease si gioca il formato Sealed. In breve: si aprono 6 bustine da 14 carte per un pull totale di 84 carte. La carta promo che si trova nel prerelease kit può essere usata come 85esima carta.
    Il formato vuole essere studiato per far partire tutti i giocatori dalla stessa base comune. Ovviamente la fortuna di un buon pull può influenzare le performance dei turni, ma la gestione delle sinergie tra le varie carte di un set va a bilanciare le possibilità di vittoria verso il 50/50.

    Nonostante non abbia grandi aspettative per il risultato, decido nelle due settimane prima dell’evento di dedicare qualche sessione alla lettura del testo delle carte. Hobbit, Nani, Elfi: ogni archetipo punta su una meccanica particolare. Provo ad analizzare il meta del set, e da subito capisco che la best practice è costruire un mazzo bicolore, con preferenza in ordine -puramente soggettiva- per: 

    • Bianco-Rosso Nani: nani per creare token tesori e invocare il potente Smaug ed un incremento delle abilità delle singole carte con Nella Storia -Storied-;
    • Rosso-Nero Goblins: al cuore di questa combinazione c’è Reclutare -Amass-, che permette di creare e far crescere l’armata di Goblins tramite
    • Bianco-Blu Umani: la meccanica Assoldare -Recruit- permette di far girare il mazzo pescando carte e di creare pedine umano 1/1 se si scarta una carta non terra;
    • Verde-Blu Elfi: una combinata che punta a rampare e creare elfi tramite la meccanica Landfall, introdotta per la prima volta con Zendikar;
    • Verde-Nero Lupi: le bestie vengono potenziate grazie alla presenza di una creatura con forza maggiore o uguale a 4 con Ferocia -Ferocious-;

    C’è un elemento che mi preoccupa sin da subito: il tempo a disposizione per costruire il proprio mazzo.
    Decido quindi di preparare, ispirandomi al video sul formato Limited di Brian Lewis aka Tolarian Community College, una tabella per tenere traccia della costruzione del mazzo.

    A partire da una settimana prima dell’evento visito il sito di DraftSim per simulare il formato Limited Sealed. Ammetto che alle prime tornate faccio fatica ad assemblare un mazzo, soprattutto perchè nonostante il bicolore sia ottimale per questo tipo di formato, a volte mi trovo costretto ad aggiungere un terzo colore splash per completare la lista di 40 carte.

    Scorro anche l’elenco delle carte del set filtrando quelle che si possono trovare nelle buste da gioco. per ognuna di essere cerco di capire se è una carta che vorrei includere nel mazzo o meno, facendo affidamento alla mia memoria visiva. 

    Il giorno della Prerelease: ecco come è andata

    Ci siamo, è il grande giorno. Porto con me tutto l’occorrente: 

    • Pacchetto di 100 sleeve regular di Gamegenic; 
    • Playmat molto cheap ma che fa il suo dovere;
    • Tokens da sbustate di edizioni precedenti;
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    meglio arrivare preparati!

    Per le terre avrei potuto attingere dalla land station che lo store mette a disposizione per i giocatori durante l’evento, ma decido comunque di portare le mie, non si sa mai. Ho portato il set di terre dal Bundle di Kaldheim: l’ambientazione norrena si sposa bene con il mondo di Tolkien del resto!-

    Appuntamento alle 20:45 al Checkpoint di Gallarate. L’evento -sold out!- inizia alle nove, e lo store pullula di giocatori. La passione per Magic si avverte tra gli scambi dei partecipanti, nella voglia di costruire un deck performante e soprattutto di divertirsi.
    Sullo schermo del negozio viene proiettato il codice evento da inserire nell’app MTG Companion. Mi metto in fila ed in 5 minuti ho ritirato il mio kit prerelease. Mi sposto nella saletta e mi siedo al tavolo dove arrivano tutti i giocatori. Alle 21:10 circa si comincia a sbustare ed aprire il mazzo.
    Il mio timore sul tempo di costruzione del mazzo si materializza presto: nonostante i 50 minuti a disposizione, arrivo tirato per il collo ad assemblare la mia lista e a imbustare le carte. Giusto in tempo per l’inizio dei giochi!

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    finalmente, il kit Prerelease!

    Maledetti Goblins! Tanto carini quanto odiosi!

    Dall’apertura delle sei buste e della promo card capisco subito che i primi due colori da togliere sono il bianco e il blu. Non ho abbastanza carte per andare a formare il mio sealed deck, figuriamoci per innescare meccaniche archetipiche forti. Niente mazzo uomini o nani quindi: devo optare per una combinazione più malefica…
    Le verdi sono forti ma hanno un costo di mana troppo elevato e non ho abbastanza carte per calare velocemente mana –rampare in gergo- , quindi niente bestie pesanti. Mi concentro quindi su una combinazione rosso-nero che non avevo preso in considerazione durante le simulazioni di sealed nei giorni precedenti. Ho parecchi goblin e un mazzo che sfrutti la meccanica reclutare grazie ad Azog, la Rovina di Moria , Bold del Nord e stregonerie come Irrompere nella Valle sembra la scelta giusta. Inoltre, cosa non da poco, tra rosso e nero ho qualche rimozione da poter sfruttare come Fendente Mortale di Bilbo a costo 3. Alla fine del tempo a disposizione arrivo con una lista che vi riporto sotto in figura e in formato testo.

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    il mazzo Goblins rosso-nero che ho montato alla Prerelease

    Cominciamo il primo dei quattro turni dell’evento.
    Il primo mazzo contro il quale gioco è un Nero-Verde che sfrutta Ferocia. Dopo i primi turni mi impasto: la mia mano ha troppi mana. Dopo la prima sconfitta, decido di mulligare la prima mano perchè ho sempre troppe terre, come mi rendo conto durante lo sviluppo del gioco. Qualcosa decisamente non va.
    Dopo un sonoro 0-2-0 al primo turno, decido di rimuovere 3 terre al mazzo:

    – 1x Montagna
    – 1x Palude
    – 1x Buco-Hobbit

    Come mi renderò conto dal secondo turno, si è rivelata una scelta corretta. La curva di mana del mazzo che ho costruito ha un picco a 2, il che mi permette con buona probabilità di riuscire a giocare magie al secondo turno; tutte quelle terre non servono!

    Nonostante la piccola modifica, perdo comunque anche il secondo turno 0-2-0. Da giocatore occasionale di Magic, mi porto dietro uno stile di gioco molto primitivo. Lo sviluppo del turno cambia radicalmente le sorti di una partita. Il semplice stappo – pesco – gioco – combat prima di passare non basta. Serve una strategia che permetta di lasciare respiro verso la seconda fase di mantenimento, e io questo approccio non ce l’ho…non ancora.

    Il cuore di Magic: the Gathering, la community

    Il terzo turno va meglio, e vinco 2-0-0, complice qualche mano migliore. Nell’attesa del terzo turno parlo con un ragazzo che ha costruito il mazzo Nani bianco-rosso. Come un po’ tutti, si è portato Magic negli anni tra alti e bassi. Ha iniziato con Assalto -espansione del 2000-, per poi uscire con Kamigawa e ritornare con Ikoria nel 2020. Da allora si è allontanato nuovamente per riavvicinarsi al formato Commander lo scorso anno.
    Parliamo del percorso da giocatori amatoriali ed è subito un ritorno a quando di era ragazzini. Sì perchè al cuore di un gioco come Magic ci sono ragazzi ormai adulti che conservano la passione per questo gioco che fa della sua evoluzione -e dell’inclusione- il suo punto di forza. La Prerelease inoltre, come qualsiasi altro evento non competitivo, è molto tollerante verso chi commette errori e vuole imparare. L’ho vissuto in prima persona durante il secondo turno, quando ho dimenticato di assegnare +1/+1 alla mia armata goblin tramite l’abilità del mio Schiamazzatore Rumoroso . Solo dopo aver fatto passare il danno, l’avversario mi ha permesso di correggere la forza e costituzione dell’armata, permettendomi di infliggergli un ulteriore danno. Non è scontato, ma è il gioco nella sua vera essenza: divertirsi!

    Ultimo turno: la stanchezza comincia a farsi sentire. Sembra banale, ma giocare la sera tardi e per più di tre è impegnativo per chi non è abituato. Anche quest’ultima tornata la perdo contro il mazzo bianco-blu di un ragazzo che è riuscito a qualificarsi ai regionali! Come mi spiega lui stesso, a causa delle mani pescate nei primi due turni, ha perso le precedenti partite. Questo sottolinea ancor di più che in un evento sealed la fortuna vuole la sua parte, ma allo stesso tempo i neofiti possono brillare!

    Chiudiamo all’una e mezza. Con molte sconfitte e poche vittorie, sono comunque al settimo cielo per come è andata la serata. L’app riporta la classifica finale: sono in posizione 30 su 39.

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    Daje, non sono ultimo!

    Ad evento finito, ritiro in cassa la mia busta di partecipazione, che sbusto mentre vado a prendere la macchina. Niente book cover artwork, sarà per la prossima!

    Magic: the Gathering prerelease: ne vale la pena?

    Assolutamente si!
    Quella del 7 Agosto è stata la mia prima Prerelease in assoluto, ed è un evento che consiglio a chiunque voglia avvicinarsi o tornare a giocare a Magic: the Gathering. Un evento amatoriale semplice ma che richiede tanta voglia di mettersi in gioco, uscendo dal classico schema di gioco con carte conosciute ed avventurandosi in un mondo che da più di trent’anni appartiene a chiunque voglia esplorarlo.

    E tu? Hai partecipato o parteciperai ad un evento Prerelease di Magic? Fammelo sapere nei commenti sotto a questo articolo!
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  • Lo scandalo dell’Unico Anello di Magic: The Gathering Lo Hobbit e perché deve preoccuparci

    Lo scandalo dell’Unico Anello di Magic: The Gathering Lo Hobbit e perché deve preoccuparci

    Chiunque abbia seguito i recenti annunci di Wizard of The Coast in merito all’uscita dell’espansione Universe Beyond de Lo Hobbit, avrà saputo della controversia nata attorno alla carta l’Unico Anello (The One Ring). Per chi non fosse sul pezzo, ecco un breve recap della collaborazione tra Magic: The Gathering e il mondo di J.R.R Tolkien:

    Il 23 Giugno 2023 WOTC rilascia l’espansione dedicata al Signore degli Anelli, dal titolo decisamente evocativo Lord of The Rings: Tales of the Middle Earth. Il set si compone di più di 800 carte tra regular, versioni borderless e alternative impreziosite da artwork davvero speciali.
    Il set riceve un generale consenso di critica e diventa virale la notizia della presenza nei Collector Booster della carta The One Ring serializzata (001/001). Un unico esemplare che, trovato da un Brook Trafton è stato acquistato da Post Malone per 2.6 milioni di USD nell’Agosto dello stesso anno;

    Tralasciando la versione serializzata e le varie versioni con diverse finiture foil e artwork estese, gli artisti che hanno lavorato alla realizzazione dell’Anello di Sauron sono principalmente tre:

    • Marta Nael, che ha realizzato la versione di The One Ring facente parte della composizione di 4 carte con la scena del Monte Fato;
    • Veli Nistrom , che ha curato la versione “standard” con uno sfondo infuocato;
    • Justine Jones, che si è sbizzarrito nella versione extra (e decisamente spaventosa) di questa carta.

    Tutte queste tre varianti sono diventate iconiche tra gli appassionati, tanto da portare il prezzo minimo per le P 0451 e M 0246 a 79-80EUR [Fonte: Cardmarket 11/05/2026].

    Universe  Beyond: The Hobbit e la notizia che ha sconvolto il pubblico

    All Magicon di Las Vegas, tenutosi lo scorso 1-3 Maggio, Wizards ha svelato qualche dettaglio in più sui prossimi set previsti per quest’anno. Gli annunci sono stati incentrati sui prossimi set Universe Beyond: Lo Hobbit e Reality Fracture. Sulla pagina dedicata all’espansione della Terra di Mezzo sono state pubblicate alcune preview delle carte in uscita, tra le quali una versione de The One Ring ad opera del leggendario artista di Magic Dan Frazier, che ha dato vita alle prime illustrazioni dei 5 Moxes, parte delle iconiche Power Nine del TGC di Garfield.

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    Dan Frazier: The One Ring (Credits: Wizards of the Coast)

    Se questa rappresentazione dell’Unico Anello vi sembra familiare, sappiate che non è gioco della vostra mente. Come scoperto dopo poco dalla community e dichiarato dallo stesso Frazier, la “nuova” illustrazione altro non sarebbe che una modifica di quella originale ad opera di Marta Nael. L’immagine sorgente è stata infatti capovolta attorno alla verticale, decontestualizzata dallo sfondo e collocata nascondendo le scritte in rune elfiche per un risultato non solo banale, ma anche di scarso valore artistico. A tradire sono stati i riflessi all’interno dell’anello, identici alla versione del Monte Fato.

    WOTC è corsa subito ai ripari dopo l’ammissione di plagio di Frazier, rilasciando uno statement a difesa di Marta Nael e comunicando che la nuova carta sarà attribuita ad entrambi gli artisti. Riporto sotto le comunicazioni complete.

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    Messaggio di scuse da parte di Dan Frazier e WOTC

    Cosa ne sarà ora dell’Unico Anello? Ecco cosa ne penso

    Lasciamo ora la terra dei fatti per addentrarci nell’ignoto mondo delle speculazioni. In questa seconda parte dell’articolo farò qualche considerazione, sulla quale potremo tornare solo una volta che l’onda de Lo Hobbit sarà passata, presumibilmente a fine 2026. 
    Nel formulare qualche ipotesi, partiamo da alcuni elementi:

    Primo, esiste già una carta The One Ring, e quella di Dan Frazier è una ristampa con un artwork alternativo. In uno scenario in cui non vedremo un reprint futuro del set Tales of the Middle Earth, la carta di Nael dovrebbe vedere aumentare il suo valore a seguito del lancio della nuova versione. Questo accade perché la stampa originale viene percepita come affetta da scarsità, e quindi più desiderabile. Ciò nonostante, in soli 3 anni il numero di carte non può definirsi ridotto al punto tale da condizionare il valore. Nei periodi seguenti all’uscita, l’inserimento della carta nei formati di gioco e quindi la sua giocabilità nel meta è un fattore determinante per il suo apprezzamento o deprezzamento. In questa dinamica i giocatori fanno da padroni, spostando le curve di domanda ed offerta verso nuovi target prices.
    Secondo, visto l’anticipo con cui si è mossa WOTC sarà improbabile che vengano immesse nel mercato versioni de The One Ring con la sola attribuzione a Dan Frazier. E questo ci porta ad una riflessione importante sui tempi che stiamo vivendo nel mondo del collezionismo TCG. 

    L’uscita della notizia ai primi di Maggio si colloca a circa 3 mesi dalla data di rilascio del set de Lo Hobbit. Questo arco temporale torna con il tempo necessario per WOTC per mandare in stampa la prima tiratura dei prodotti (in accordo con un thread di Reddit, ci vorrebbero dai 3 ai 5 mesi). Il motivo è che Wizard lancia gli annunci in parallelo ai preorder in modo da acquisire una prima stima degli ordini di stampa, e tarare eventualmente il fabbisogno alla richiesta di mercato. Questo in uno scenario ordinario, almeno. La verità è che il mercato dei TGC negli ultimi anni è esploso, andando a saturare la capacità di produzione da parte dei giganti del gioco. Wizard infatti potrebbe essersi mossa in anticipo rispetto ai tempi usuali, considerando l’hype e la F.O.M.O che l’universo Tolkeniano genera da sempre sul pubblico amante dell’high fantasy. 

    E se per qualche errore dovesse uscire anche solo una carta con l’attribuzione al solo Frazier, ci si troverebbe di fronte ad uno scenario difficilmente gestibile. La nuova artwork, oggetto di polemiche, diventerebbe a suo modo iconica perché oggetto di discussione, segnando per i collezionisti un cimelio da custodire proprio come Gollum nei meandri delle Montagne Rocciose. Sebbene questo scenario risulti alquanto improbabile, alla Wizard off the Coast non sono nuovi a scherzi del genere (pensate a quanto successo con le carte di TNMT durante la prerelease di Lorwyn Eclipsed a inizio 2026). 
    Errori a parte, credo che questa nuova stampa dell’Unico anello sarà comunque considerato una carta collezionabile, proprio per questi avvicendamenti che la vedono protagonista.

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    My Precious (credits: Wizards of the Coast)

    Il plagio: uno scenario davvero preoccupante

    Di fronte all’ammissione di Frazier, Wizards non ha preso le distanze dall’artista, limitandosi a bilanciare l’effetto di percezione dell’opinione pubblica nei confronti della svalutazione del lavoro di Nael. Una mossa d’obbligo, perché prendere le distanze da Frazier avrebbe voluto dire minare il valore di alcune delle carte iconiche di Magic: The Gathering. Viene da chiedersi però se la reazione da parte di WOTC sarebbe stata la stessa qualora a copiare un’illustrazione esistente fosse stato un artista emergente e non affermato quale Da Frazier. In più, viene difficile credere come WOTC non abbia colto i chiari riferimenti fra le due immagini quando la seconda è stata sottoposta a valutazione.

    Quando i numeri diventano un problema

    Questa vicenda apre a considerazioni circa un limite che comincia a farsi evidente nella produzione sebbene molto prolifica del mondo ideato da Richard Garfield. Guardando infatti al numero di stampe uniche prodotte per il gioco nel corso dei decenni, è chiaro come MTG stia subendo un’inflazione nella produzione di carte, che non può non mettere in difficoltà il comparto artistico.

    DecennioCarte Uniche Stampate
    1990-19994234
    2000-20096547
    2010-20198956
    2020-202511574

    Il valore raggiunto solo a metà di questo decennio per le stampe uniche sta suscitando molte discussioni tra gli amanti del gioco, che hanno difficoltà nel gestire formati con un numero sempre più grande di carte da poter giocare, e spesso ridondate nelle meccaniche. Rischia quindi di venir meno il valore del gioco stesso e delle illustrazioni, con le conseguenze (rare, per fortuna) che abbiamo appena visto. La quantità eccessiva rischia di far perdere qualità sul meta e sul prodotto come insieme di regole e appeal visivo.

    Non rimane quindi che aspettare il rilascio dell’espansione a tema Lo Hobbit per scoprire gli effetti di questa vicenda sul valore del The One Ring e come reagirà il mercato.

    E tu? cosa pensi di questa vicenda? Fammelo sapere nei commenti sotto a questo articolo!
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  • Come far crescere un blog nel 2026: obiettivi, strategie e recap del 2025

    Come far crescere un blog nel 2026: obiettivi, strategie e recap del 2025

    Post di fine anno per fare un recap di questo 2025, cosa ha significato per questo mio spazio digitale emanuelabrocca.com e per parlarvi di dei miei programmi per il 2026 con le strategie di pubblicazione che sto attuando. E ve lo dico subito, per il prossimo anno i contenuti sono davvero tanti. Ma prima, un doveroso flashback a qualche anno fa. 

    A Gennaio 2022 avevo pubblicato un articolo dal titolo Perchè sto aggiornando il mio sito Web nel 2022 (e come lo sto facendo). L’idea di fondo era semplice: provare ad aggiungere un livello ulteriore di profondità oltre la scrittura dei pezzi su temi che mi appassionavano, per dare ai lettori e agli iscritti sulla piattaforma qualche info su come avevo deciso di gestire questa mia passione, quella della scrittura, che per forza di cose tra famiglia e lavoro prende tempo e va affrontata con i giusti strumenti. Neanche a dirlo, quel post è rimasto per anni un tentativo mancato di trovare un canale di comunicazione diretto con chi condivide con me gli stessi interessi. 
    E questa sensazione, voglio aprirmi con voi, la conosco bene. 

    In questi anni di pubblicazione più o meno continua sono arrivato a traguardare quasi 60 articoli, che intersecano le traiettorie dei miei interessi in più punti. E ogni volta che un pezzo era scritto, qualunque cosa stessi facendo, buttarlo sul web diventava il mio pallino. Ora, se vi siete cimentati nella scrittura e nella pubblicazione su una qualsiasi piattaforma di blogging, saprete bene che un articolo non basta scriverlo. Vanno aggiunte fotografie, definiti tag, creati link interni ed esterni al sito, per non parlare dell’ottimizzazione in chiave SEO per un corretto posizionamento sui motori di ricerca. Tutte queste attività solo in apparenza secondarie portano via un tempo comparabile a quello della scrittura, che rimane ad oggi per me la parte più piacevole. E più ho accumulato articoli, più ho imparato a conoscermi come scrittore amatoriale, a tararmi rispetto al corpo del testo per stimare il giusto tempo necessario per arrivare dall’idea di un pezzo alla sua pubblicazione e condivisione.

    Ecco perchè, a discapito di quanto si riporta sul web circa la frequenza di pubblicazione per indicizzazione dei contenuti di un sito, sono giunto alla conclusione che un articolo a settimana rimane un passo medio – i runner parlerebbero di pace – in linea con le mie attività quotidiane. Trattando di più argomenti su questo spazio, va da sé che con una pubblicazione a settimana non avrò sempre la possibilità di coprire tutti gli argomenti che mi vengono in mente. Volendo costruire qualcosa di duraturo però, non penso a questo progetto come ad uno sprint ma ad una maratona. Longevity is the name of the game.

    Il 2025 in Numeri

    Un po’ di autoanalisi. Nel 2025 ho pubblicato 16 articoli, suddivisi nelle seguenti macro tematiche: 

    Argomento ArticoloNumero Articoli
    Fotografia ed Astrofotografia2
    Collezionismo, Libri e Fumetti5
    Lifestyle & Altro3

    Se questi numeri dicono ben poco, le date di pubblicazione invece dicono molto. In questo 2025 ho pubblicato solo a partire dalla metà dell’anno, complice il cambio di lavoro ed una ristrutturazione di casa che ha assorbito la quasi totalità delle mie energie. Ciò nonostante, ho raggiunto numeri di reach per i miei contenuti superiori a quelli del 2024, in cui avevo fatto un rush di pubblicazioni nell’ultimo trimestre con più di quatto articoli al mese -e credetemi, sono tanti-. L’obiettivo per il 2026 è continuare il ritmo di pubblicazione stabilito negli ultimi due mesi, cercando di avvicinarmi il più possibile all’obiettivo di un articolo a settimana per un totale di 52 articoli durante l’anno. É un numero enorme, me ne rendo conto pensando che equivale a tutti gli articoli pubblicati dalla nascita di questo spazio digitale nel 2017. Ma voglio provarci, perché lo sforzo continuo di produzione di contenuti di qualità sono sicuro che porterà all’affinamento della mia capacità di scrittura, di ragionamento su temi che voglio affrontare e ad un ponte con chi mi legge. 

    Nuovi contenuti sul Sito in arrivo

    Se avete avuto modo di navigare su emanuelelabrocca.com, vi sarete accorti della struttura per Pagine tematiche. Voglio riportarvi le principali iniziative per macro argomento: 

    • Fotografia ed Astrofotografia: man mano che la produzione di contenuti va avanti, mi rendo conto che sto andando a creare una vera e propria guida a tema fotografia ed astrofotografia. In questo 2026 andrò ad espandere i temi per completare un vero e proprio percorso che vi guidi dalla prima fotografia alla ripresa di soggetti in situazioni fuori dalla zona di comfort. Non mancheranno inoltre recensioni di macchine e lenti quando avro l’occasione. 
    • Collezionismo, Libri e Fumetti: questo sarà il focus principale del blog nel prossimo anno. La pagina é attualmente work in progress perché ho davvero tanto di cui parlare. Ho pubblicato un paio di articoli sul tema, ma mi rendo conto che il concetto di Collezionismo è più che mostrare i propri oggetti. Ecco perchè nel 2026 voglio raccontarvi le storie dietro gli oggetti ai quali sono legato, con il supporto di materiale fotografico e aneddoti che possano rendere la fruizione di un libro, un fumetto o addirittura una figurina davvero di valore.

    Un Piano Editoriale per supportare la Pubblicazione

    L’ho detto: un articolo a settimana. Con questa sfida lanciata, a partire dal Novembre scorso ho creato un Piano Editoriale per strutturare meglio i contenuti. Nulla di complesso, non voglio che sia l’ennesimo tool che dreni il mio tempo già limitato. La struttura è molto semplice:

    • Per ogni mese vado ad inserire gli articoli che intendo pubblicare; 
    • Al fondo nella sezione Idee butto titoli per articoli che mi vengono in mente e che potrebbero trasformarsi in pezzi effettivi nel futuro. Inutile dire che la tentazione ogni volta che un nuovo argomento balena nella mia testa è quella di inserirlo per la settimana successiva o nel mese corrente. A quel punto però mi chiedo sempre se vale la pena pubblicare quel pezzo in tempi brevi. Nel caso dell’articolo sul Furto dei Gioielli al Louvre, ho ovviamente deciso di spostare la programmazione degli altri articoli in uscita per dedicarmi ad una riflessione su una notizia che era appena uscita e che sarebbe stata più di interesse;
    • Coloro ogni titolo Draft secondo un codice colore a semaforo per avere un’idea sommaria di progress della sua stesura. Rosso se l’articolo è solo in fase di concept, arancione se è in progress e verde se ultimato;
    • Una volta pubblicato, barro la riga. Stop;

    E questi due ultimi mesi dell’anno sono stati molto utili per realizzare quanta variabilità effettiva ci sia tra una pianificazione di pubblicazione e l’ordine degli articoli pubblicati. E qui veniamo al prossimo punto, ovvero l’importanza di un’integrazione con un Calendario. 

    Un Calendario Eventi Integrato

    Chi mi conosce sa quanto in termini di pianificazione mi consideri preciso. Quando ho attività in programma, segno tutto sul mio Google Calendar. I Promemoria no, quelli li gestisco interamente fra Note e Promemoria sui miei dispositivi Apple. Per tutte le mie passioni ho creato un unico calendario in cui mi segno tutte le uscite di interesse e gli eventi ai quali prevedo di partecipare, segnando con colori diversi i vari temi. Sì perchè il problema è che spesso, nonostante voglia tenere sotto controllo l’uscita di un fumetto o un evento da seguire, capita che non riesca per impegni imprevisti. Con questo semplice espediente voglio assicurarmi di non perdermi, o almeno di mancare con consapevolezza, gli appuntamenti sulle pubblicazioni di interesse. 

    Per il 2026 aggiungerò dentro questo calendario integrato anche i maggiori eventi astronomici, in modo da provare a dare un minimo di pianificazione alle sessioni di astrofotografia. Il sito dell’Unione Astrofili Italiani mette a disposizione un calendario completo che purtroppo per me è impossibile da rispettare. Conto quindi di riportare solo i principali avvenimenti, come la prossima Eclissi di Sole del prossimo 12 Agosto, visibile parzialmente dall’Italia.

    Revisione dei Contenuti Pubblicati

    Dal momento che il sito comincia ad avere qualche anno, compatibilmente con la produzione di nuovi contenuti cercherò di revisionare gli articoli e le pagine già pubblicati. Modifiche al titolo e al corpo, aggiunta di Meta-descrizioni e link con altre produzioni renderanno attuali gli argomenti affrontati in passato, per migliorare l’esperienza globale di navigazione sul sito. 

    Contenuti extra: la Newsletter

    Come filone integrante del Piano di pubblicazione ho deciso di creare una Newsletter. Gli iscritti potranno trovare contenuti extra rispetto a quelli degli articoli, senza il rischio di incorrere in un servizio spam. Le comunicazioni cominceranno a Gennaio, e conterranno consigli e sui temi trattati. 

    Non mi resta che augurarvi un 2026 pieno di soddisfazioni e di risultati. Lato mio ce la metterò tutta affinché questo progetto editoriale possa accompagnarvi con la migliore qualità possibile. 

    Emanuele

  • Spider-Man dietro la Macchina Fotografica: Peter Parker e il ruolo della fotografia

    Spider-Man dietro la Macchina Fotografica: Peter Parker e il ruolo della fotografia

    Vigilante che combatte la criminalità di New York, Spider-Man è tra i supereroi più amati da vecchie e nuove generazioni. E se da grandi poteri derivano grandi responsabilità, per Peter Parker la fotografia è molto più di un semplice lavoro: è una missione.

    Dietro la macchina fotografica, Peter persegue la sua unica fonte di reddito e tenta di affermarsi al servizio del Daily Bugle, nel tentativo di sostenere una famiglia distrutta da quello che considera un suo errore irreparabile: la morte dell’amato zio Ben.

    In questo articolo usciamo dai confini della realtà per immergerci tra le pagine dei fumetti del più iconico supereroe Marvel. Sorvoleremo le strade della Grande Mela, appesi a ragnatele nate dal morso di un ragno radioattivo, per seguire una giornata nella vita di Peter Parker, diviso tra il ruolo di eroe e quello di fotografo.

    Una mattina nella redazione del Daily Bugle

    È mattino a New York. I primi raggi di sole filtrano tra i grattacieli di Manhattan, mentre business man affollano i marciapiedi e l’odore dei donuts si diffonde dai food cart agli angoli delle strade. Percorrendo la Fifth Avenue in direzione del Financial District, all’altezza di Madison Square Park si staglia il profilo inconfondibile del Flatiron Building, edificio che ha ispirato la redazione del Daily Bugle.

    Qui lavora il leggendario J. Jonah Jameson, capo redattore burbero e ossessionato dagli scoop, interpretato da J.K. Simmons nella trilogia di Sam Raimi. Tra i suoi bersagli preferiti c’è l’Uomo Ragno, vigilante notturno che sventa rapine e consegna criminali al NYPD.

    La velocità e l’agilità di Spider-Man rendono quasi impossibile ottenere fotografie nitide, una sfida insormontabile per la maggior parte dei freelance. Non per Peter Parker, che riesce a ottenere un ingaggio proprio grazie a Jameson: nonostante giudichi i suoi scatti di qualità discutibile, il direttore non rinuncia all’occasione di sbattere il vigilante in prima pagina per aumentare le vendite della testata.

    Fotografo, ma non per passione

    La carriera fotografica di Peter Parker non nasce dall’ambizione, ma dalla necessità. In The Amazing Spider-Man n. 2 (1963), il giovane è spinto dal bisogno di aiutare zia May, in difficoltà economiche dopo l’uccisione di zio Ben. La sua doppia vita diventa così un’opportunità unica: grazie all’intuito e ai suoi poteri, Peter può realizzare scatti che nessun altro fotografo sarebbe in grado di ottenere. In termini moderni, ha trovato un mercato privo di concorrenza.

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    The Amazing Spider-Man #2: Peter e la fotografia

    Il percorso, però, è tutt’altro che semplice. Come ci verrà raccontato in seguito, durante lo scontro con l’Avvoltoio la macchina dello Zio Ben si danneggia, facendo infuriare Jameson che minaccerà Peter di non comprare più le sue foto. Questa difficoltà nell’affermarsi è sempre dietro l’angolo e chiara in The Amazing Spider-Man #4 e #5, quando il nostro eroe fa fatica a vendere le sue foto. Questo non fa altro che minare la sicurezza di Peter. Ciò nonostante, il ragazzo non si arrende e affina progressivamente la sua tecnica.

    Alla festa di compleanno di zia May

    Peter consegna i suoi scatti a Betty Brant, la segretaria di Jameson, sempre pronta a incoraggiarlo con una parola gentile. Dopo un rapido sguardo all’orologio, si congeda dalla redazione: oggi è il compleanno di zia May e le ha promesso di tornare a casa entro le quattro.

    Naturalmente, arriva in ritardo. Prima si ferma ad aiutare un gatto bloccato su un cornicione al nono piano, tra le urla disperate della padrona. Nel cortile sul retro lo aspettano tutti: Mary Jane, l’amico di sempre Harry e suo padre Norman Osborn, la cui presenza viene percepita da Peter ancora prima di arrivare, grazie al suo senso di ragno.

    Il sole cala dietro le case e Parker monta il flash sul corpo macchina per immortalare quegli istanti di apparente normalità. In salotto si taglia la torta, Peter scatta qualche foto agli invitati, ma il posto vuoto a capotavola ricorda l’assenza incolmabile di zio Ben. La serata procede serenamente, finché un brivido attraversa la schiena di Peter. Con la scusa di non sentirsi bene, sale in camera e sintonizza la radio sulle frequenze della polizia: due fuggitivi sono stati avvistati nella zona del porto.

    Night Swing e un paio di Selfie

    Oscillando tra i grattacieli della metropoli, Spider-Man arriva sul luogo del crimine e riesce a incastrare i due evasi intenti a combinarne una delle loro. Prima che arrivi la volante della pattuglia però, sarà meglio incastrare i due malviventi e portarsi a casa materiale utile per il Bugle. Con un paio di ragnatele il nostro eroe fissa la macchina fotografica ad un lampione e setta l’autoscatto in tempo giusto per ritrarsi -ovviamente mascherato – con il bottino umano e la tutta la refurtiva. Un altro colpo per il nostro amichevole Spider-Man di quartiere. Ed un’altra notizia da prima pagina per il direttore Jameson.

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    Lixin Yin: Peter Parker’s Camera – Marvel’s Spider Man
    (Credits: Wizard of the Coast)

    Da freelance a professionista riconosciuto

    Solo dopo anni -editoriali- di duro lavoro, Peter riesce ad affermarsi come professonista oltre al freelancing: In Amazing Spider-Man #791 – pubblicato nei primi anni 2010 – Peter lavora come caporedattore della sezione scientifica del Daily Bugle, un ruolo professionale ben più stabile rispetto al venditore occasionale di foto. È un passaggio chiave: non è più solo un ragazzo squattrinato che vende foto per sopravvivere, ma un professionista in crescita.

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    Cover Ultimate Spider-Man #4 (Credits: Panini Comics)

    La sua abilità arriva a essere consacrata con traguardi sorprendenti: Peter vince persino un Premio Pulitzer nel canone Earth-616 per una foto scattata a Sentry – The Sentry (Vol. 1) #1, del 2000 – e pubblica un libro dei suoi lavori, intitolato “Webs“. Dettagli spesso discussi nelle community di fan, che rafforzano l’idea di un Parker fotografo competente, non semplicemente fortunato. Come osservato da fonti Reddit, al di là dei suoi espedienti tecnici, Peter Parker è considerato un fotografo molto capace, in grado di immortalare personaggi pubblici, modelle e criminali con risultati solidi.

    Tecnica e macchine fotografiche: l’ingegno di un supereroe

    La tecnica di Peter è un mix di ingegno, superpoteri e attrezzatura artigianale. Nei fumetti utilizza soprattutto reflex analogiche, come la Canon AE-1 o varie Nikon tra anni Settanta e Ottanta. Il vero segreto, però, è l’equipaggiamento costruito da lui stesso: timer, sensori di movimento, triggers remotizzati e mini-treppiedi che gli permettono di fotografarsi in azione, fissando la macchina a un muro con una ragnatela.

    Nei film, questo aspetto viene reinterpretato in modi diversi.

    • Trilogia di Sam Raimi (2002–2007): Peter usa reflex analogiche Canon o Nikon degli anni Novanta e sviluppa le foto nella sua camera oscura, aggiungendo un forte senso di artigianalità. La frase “Ho delle foto esclusive di Spider-Man” diventa il simbolo del suo rapporto con Jameson.

    • The Amazing Spider-Man (2012): Andrew Garfield utilizza una Nikon F3 con obiettivo Nikkor 50mm f/1.4. Sulla macchina è inciso “Property of Peter Parker”, dettaglio che sottolinea il tentativo di separare le due identità.

    • MCU – Homecoming e Far From Home: La fotografia passa in secondo piano. Peter scatta soprattutto con lo smartphone, una modernizzazione che, come osservato da Retromag, sacrifica uno degli elementi più iconici del personaggio.

    Riflessioni finali: l’obiettivo come specchio della responsabilità

    Il ruolo di fotografo non è mai una scelta casuale per Peter Parker. L’obiettivo diventa lo specchio della sua colpa, del suo senso di responsabilità e del tentativo continuo di conciliare due vite inconciliabili. In Web of Spider-Man #1, Peter arriva a mettere in discussione il proprio lavoro, rendendosi conto di alimentare una narrazione negativa su se stesso: un atto di maturità etica raro persino tra i supereroi.

    In definitiva, Peter Parker fotografo incarna l’idea di un vero eroe dello scatto. Non è perfetto, ma è intelligente, creativo e profondamente umano. Le sue immagini raccontano una storia di sacrificio e responsabilità che nessun altro avrebbe potuto catturare. Una macchina fotografica fissata a un muro con una ragnatela è bastata a immortalare l’essenza dell’Uomo Ragno: un eroe con problemi comuni, che usa il proprio talento per fare la cosa giusta, a qualsiasi costo.

  • Cosa ci insegna il furto dei gioielli Napoleonici al Louvre

    Cosa ci insegna il furto dei gioielli Napoleonici al Louvre

    Lo scorso 19 Ottobre il museo del Louvre è stato luogo di uno dei furti più assurdi e – solo in apparenza – semplici della storia. 
    Riassumiamo gli avvenimenti per quei pochi che non avessero sentito la notizia: quattro persone entrano nella Galerie d’Apollon poco dopo l’orario di apertura del museo, intorno alle 9:30 del mattino, travestiti da operai dopo essere saliti primo piano del complesso per mezzo di un montacarichi che era stato posizionato di fronte la facciata sul fiume Senna del museo più importante al mondo. I malviventi, una volta fatto ingresso nella galleria d’arte, avrebbero sottratto nove gioielli passati per mano di reali francesi e non, da Napoleone all’Imperatrice Eugenia. Di questi tesori, uno verrà ritrovato per terra – la corona dell’imperatrice Eugenia – , perso dai ladri durante la fuga avvenuta a bordo di scooter. Tra questi:

    • La collana della Regina Marie-Amélie / Regina Hortense conta otto zaffiri e 631 diamanti;
    • La corona dell’Imperatrice Eugénie conta oltre 1.300 diamanti;
    • La spilla/nodo da corsetto dell’Imperatrice Eugénie: 2.438 diamanti bianchi e 196 diamanti dal taglio rosa;
    • La tiara della Regina Maria Amalia / Regina Hortense: 24 zaffiri di Ceylon e 1.083 diamanti;
    • Un diadema dell’Imperatrice Eugenie: 1.998 diamanti e altri 992 diamanti taglio a rosa;

    per una stima del bottino che sembra aggirarsi sugli 88 milioni di euro. Le autorità hanno diffuso una comunicazione che invita o chiunque sia in possesso dei cimeli a non fondere i metalli o tagliare le pietre, altrimenti il loro valore scenderebbe – come se fosse questo il problema – .

    E ora veniamo alle domande che tutti noi ci siamo fatti in queste ore: dove andrà a finire il bottino? Davvero i ladri sono riusciti a scappare tra le vie del centro della capitale parigina, attraversando le ragnatele tipi videocamere di sorveglianza che ormai tappezzano le nostre città? 
    Per quanto si cerchi di dare risposte a queste domande, le informazioni accessibili al pubblico sono limitate e state pur certi che gli addetti ai lavori avranno a che fare con piste che noi popolo spettatore verremo a sapere solo dopo tempo. 
    Non ci resta quindi che fantasticare, e in quanto a furti la cultura di massa si è sbizzarrita negli ultimi anni. Alzi la mano chi non ha visto una o più serie tra le seguenti:  la Casa di Carta, il suo spin off  Berlino o Lupin – tutte produzioni Netflix – , passando per il recente Your Friend and Neighbours di Apple TV+. 

    Tutti noi simpatizziamo per i ladri 

    Rubare si sa, è una delle pratiche più antiche del mondo. Nonostante l’immoralità di un simile atto che viola lo stato di diritto di una società civile, di fronte ad avvenimenti come questi la nostra mente salta al secondo step del ragionamento logico, ponendosi domande sulla successione di eventi, le conseguenze ed il finale della storia. Non ci chiediamo però come mai si senta il bisogno di rubare gioielli di tale valore, forse anche perchè se qualcuno commettendo un atto di questo tipo vuole inviare un messaggio, dichiara i suoi intenti sin da subito. Sottrarre beni per guadagno è ormai dato per scontato: è avvenuto la scorsa settimana, continua ad avvenire ogni giorno in ogni parte del mondo.

    Una rapina al Louvre? E ci sono riusciti? Diamanti? Come ne La Casa de Papel! 

    E ancora, camminando nello stabilimento dove lavoro: 

    Tu cosa faresti se recuperassi 88 milioni in diamanti? 

    Già mi immagino un astuto ladro con volto di Pedro Alonso che sorseggia del vino mentre agita in aria la parure di smeraldi intonando inni rivoluzionari.

    Un cliché ormai che ci fa sorridere. Ed è proprio questo il punto dal quale vorrei partire: 

    Un furto. Che ci fa sorridere. 

    Quando si tratta di rapinare una persona comune, una famiglia o chi è in difficoltà, rimaniamo tutti scioccati dall’atto commesso e ripugnanti verso chi lo commette. Ma quando ad essere derubata è un’istituzione, privata o pubblica che sia, proviamo quasi un senso di ammirazione per chi commette il colpo. Sì perché in fondo a tutti noi è capitato di pensare: ammazza che fighi che sono stati! Ce lo raccontano nei film, nei fumetti, in una campagna di Dungeons & Dragons: il ladro è un ruolo che richiede carattere, un filo di incoscienza ma soprattutto scaltrezza di pensiero e di movimenti. e queste doti lo rendono un personaggio affascinante. Subiamo l’attrazione di Robin Hood anche quando questo ruba sì ai ricchi, ma non distribuisce ai poveri; basta che il derubato sia in una posizione privilegiata, ed il nostro senso di giustizia si ribalta

    La realtà è più semplice di quella che siamo soliti raccontare

    A quanto attestano le fonti, il furto sarebbe avvenuto in un tempo massimo tra i 4 e i 7 minuti. Un tempo davvero breve se si considera che la banda è salita al piano, ha forato finestre e teche con l’utilizzo di smerigliatrici per poi darsi alla fuga. La nostra mente tende a complicare le dinamiche e la fattibilità di simili azioni, complice anche il mondo che ci circonda, che è diventato estremamente complesso.

    La mole di informazioni che ci assale ogni giorno ha creato con gli anni uno strato che avvolge le nostre azioni con pensieri e preoccupazioni. Eppure, non siamo nuovi ad azioni di questo tipo. Nel Gennaio 2017 sono stati trafugati 160 volumi per un valore approssimativo di 2,5 milioni di euro. Opere di Copernico, Alighieri e Galilei sono state sottratte da un deposito di Londra al quale i ladri hanno avuto accesso calandosi da uno dei lucernari per mezzo di un cavo metallico. Sembra impossibile, ma così è stato. Per il Louvre è stato ancora più palese.

    La realtà è più semplice di quella che appare. La prossima volta che vedrete Tom Cruise in Mission Impossible, pensateci.

    La storia perdona, il mondo dimentica

    Quello a cui stiamo assistendo non è il primo furto perpetrato a danno di oggetti d’arte e del collezionismo. Eppure nonostante tutto venga tracciato e sia reperibile su Internet, anche questa notizia finirà presto tra le pile di reel e post accatastati al fondo del tunnel del dumb scrolling. Così come è accaduto per altri fatti di cronaca, le persone ne parlano ma la coscienza popolare difficilmente ne viene modificata. Un furto come questo pone interrogativi forti sul funzionamento di dispositivi di sicurezza e gestionali di un museo che, con la recente apertura della sua filiale ad Abu Dhabi, fa parte insieme al MoMA di veri e propri brand culturali. nelle ultime ore è apparso anche il video in cui si vedono i malfattori all’opera, intenti a tagliare il vetro delle teche, il tutto in pieno giorno e sotto gli occhi dei visitatori del mattino. Anche se i presenti si fossero insospettiti, il tempo di reazione sarebbe stato troppo lento: l’indifferenza spesso filtra le nostre azioni

    E adesso?

    Più passano le ore, più le probabilità di recuperare i beni sottratti diminuiscono. è altamente probabile che i beni vengano rivenduti sul mercato nero a qualche ricco che neanche riconoscerà la provenienza di questi gioielli. Non ci resta che continuare ad aspettare aggiornamenti, fantasticare sul loro destino e continuare a scrollare.
    Infine, dimenticare quanto accaduto.

  • Reading List d’Autunno: tra Agatha Christie, 007 e nuove scoperte letterarie

    Reading List d’Autunno: tra Agatha Christie, 007 e nuove scoperte letterarie

    Come accennato nel mio ultimo post su questo blog, ho ricominciato a leggere con continuità di recente, e una delle prime cose che ho fatto è guardarmi attorno, in cerca di titoli in libreria e online da poter inserire in una reading list da mantenere aggiornata. Il primo libro che ho voluto acquistare, colto da un desiderio di spy story, è stato Casino Royale di Ian Fleming. Sebbene lo stia leggendo, ho deciso di acquistare un secondo libro, mantenendo così due timeline di lettura asincrone. Questa soluzione mi è sembrata la più congeniale, dal momento che tendo ad annoiarmi presto, soprattutto se la trama non mantiene le promesse fatte. E se da una parte troviamo James Bond intento ad acciuffare criminali tra una cena elegante e una giocata a poker in giro per il mondo, dall’altra parte mi ha accompagnato la signora Agatha Christie per tutti i mesi di Settembre e Ottobre. Due letture che calzano alla perfezione con il clima autunnale ormai entrato nel vivo, e che mi hanno portato a vedere la recente esperienza sul treno del foliage con occhi completamente diversi.

    Partendo dalla formulazione della lista di lettura, va detto che, più che una bussola che mi orienta sulle prossime letture, la considero un calderone dove buttare dentro libri che potenzialmente potrebbero interessarmi.

    Ma come, se selezioni dei titoli avrai già considerato a priori se leggerli o meno, no?

    Beh, sì… e no. Mi spiego: quando incappo in un nuovo libro, fiction o non fiction che sia, ci sono diversi elementi che mi spingono a dire ehi, questo libro prima o poi lo voglio leggere. In primis – e qui non me ne vogliano i miei piccoli lettori – la copertina. Do un forte peso alla componente grafica di un prodotto e, sebbene spesso la forma rischi di allontanare dal contenuto di un volume, non posso fare a meno di considerare una copertina accattivante un pretesto valido per giustificare un acquisto. Inoltre, in questo periodo non sto puntando a un genere letterario specifico. Se date un’occhiata alla mia reading list , troverete fantasy, fumetti, letteratura horror e gialli. Su questo sto mantenendo un approccio semplice: voglio darmi la possibilità di rimanere stupito dal prossimo titolo, senza la pretesa di provare sorpresa in un genere o autore specifico.

    Il prossimo genere che voglio toccare, ad esempio, sarà il fantasy, con l’uscita a fine mese di Katabasis, racconto che si è posizionato primo sul New York Times Best Seller List  alla sua pubblicazione quest’estate grazie alle sue sfumature in stile dark academia e che uscirà nelle librerie italiane il prossimo 28 ottobre – ho già preordinato la mia copia su Feltrinelli – . Un altro romanzo di cui si parla molto bene è Piranesi di Susanna Clarke, che potrei pensare di leggere dopo aver finito l’ultima produzione dell’autrice R. F. Kuang. E qui veniamo alla seconda “regola” che mi sono dato per il mio percorso di lettura: non mantenere lo stesso genere letterario in contemporanea per entrambe le timeline. Se da una parte mi addentro in un caso di omicidio, lasciando che lo scrittore mi guidi fra vicende e indizi alla scoperta ultima del vero colpevole, dall’altra parte voglio evitare di ritrovarmi in un altro mistero, ma spaziare in una storia differente per evitare di rimanere bloccato.

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    E a proposito di casi da risolvere, veniamo ad Agatha Christie . Mi sono approcciato alla signora di Torquay perché desideravo addentrarmi in una storia che mi accompagnasse passo passo nella successione di eventi, e questo pattern l’ho ritrovato proprio nei racconti gialli.

    Lo scorso weekend, infatti, ho finito di leggere c’è un Cadavere in Biblioteca una storia con protagonista Miss Marple. È il secondo libro che leggo della scrittrice britannica, ma il primo con questo personaggio. Il precedente titolo, Assassinio sull’Orient Express, è tra i più iconici della regina del mistero e vede Hercule Poirot alle prese con l’assassinio di colui che si rivelerà essere lo spietato mandante della morte della povera Daisy Armstrong. Giunto al completamento della seconda lettura di Christie – in realtà la prima, se si considera che Assassinio sull’Orient Express l’ho ascoltato su Audible  – voglio esprimere qualche considerazione sullo stile dell’autrice e qualche riflessione in generale sul percorso di lettura che sto costruendo.

    Il personaggio di Hercule Poirot è geniale: non si espone mai fino alla conclusione della sua indagine e affronta anche gli avvenimenti più inaspettati con ironia e sagacia. Non sorprende, quindi, che arrivi persino a prendersi gioco di Monsieur Bouc, direttore della Compagnie Internationale des Wagons-Lits, e del dottor Constantine durante gli interrogatori dei sospettati. La vicenda si svolge interamente sul treno: Poirot sale a bordo all’ultimo momento e sconvolge i piani dei passeggeri della carrozza proveniente da Istanbul, che hanno pianificato l’omicidio di Ratchett, alias Cassetti, il mandante del rapimento e dell’assassinio della piccola Daisy Armstrong. Ognuno dei personaggi sembra avere un alibi solido, che però verrà smontato da Poirot nelle fasi finali del libro. Si scopre, infatti, che tutti gli interrogati hanno avuto un legame di parentela o di affetto con la famiglia Armstrong e hanno vissuto in prima persona la tragedia dell’uccisione della bambina e le sue drammatiche conseguenze. Così, per iniziativa del colonnello Arbuthnot e della signora Hubbard (nonna di Daisy), si forma una vera e propria “commissione vendicatrice”. Dodici pugnalate, inflitte a Cassetti mentre giace addormentato sotto l’effetto di un sonnifero, diventano un giudizio collettivo che va oltre la giustizia ufficiale e si colloca su un piano quasi universale. Di fronte a quel dolore comune, Poirot sceglie di non tradire i colpevoli: preferisce sostenere una versione alternativa dei fatti, secondo cui l’assassino sarebbe entrato ed uscito dal treno senza lasciare tracce, mantenendo così intatti gli alibi dei veri responsabili. Il romanzo lascia in chiusura un compito a casa per il lettore: riflettere sul concetto di giustizia e sui limiti entro i quali possa essere definita tale.

    E veniamo in ultimo a C’è un Cadavere in Biblioteca, libro che ho letto in breve tempo, considerando che non ci avrò impiegato più di tre sessioni di lettura – in una di queste ho letto più di metà romanzo tutto d’un fiato. Il motivo a mio avviso si trova nella leggerezza e nei dialoghi ben costruiti che donano ritmo alla trama. Come se non bastasse, il plot twist rivelato alla fine del romanzo, con la scoperta dell’inversione dell’identità delle due vittime, Ruby Keene e Pamela Reeves, mi ha confermato definitivamente la capacità della Christie di non risultare mai banale, e già questo ne giustifica la grandezza come scrittrice. Sebbene abbia adorato questa avventura di Miss Marple, la sagace vecchietta con formidabile intuito per i crimini commessi in paese e la straordinaria capacità di legare particolari in apparenza sconnessi, devo dire che ho apprezzato di più l’ironia e il controllo di Hercule Poirot, forse anche per l’internazionalità dei suoi casi, che avvengono in giro per il mondo con ambientazioni a dir poco suggestive – chi non vorrebbe trovarsi ad attraversare l’Europa in un treno con un delitto? –. 

    E se è vero che per due punti passa una sola retta, il minimo comune multiplo di queste opere è una contemporaneità che rende le storie della signora del giallo immortali. Chissà se, dei suoi 66 romanzi e 153 racconti – non considerando romanzi rosa, opere teatrali e produzioni radiofoniche – non aggiungerò altri titoli in futuro alla mia lista di lettura.
    Mai dire mai.

  • Harry Potter e i Doni della Traduzione (italiana): perché le parole sono Magia

    Harry Potter e i Doni della Traduzione (italiana): perché le parole sono Magia

    Qualche settimana fa sono tornato a casa dei miei, e mi sono ritrovato a riprendere in mano l’edizione dei Harry Potter e La Pietra Filosofale che lessi per la prima volta quando avevo sette anni, riuscendo a completarlo il giorno stesso dell’uscita al cinema del suo adattamento cinematografico diretto da Chris Columbus. Ricordo ancora l’emozione, per la prima volta, di riconoscere esattamente le sequenze che mi sarei aspettato dopo la lettura di quel libro emozionante. 

    24 anni dopo, sappiamo tutti cosa sia diventata la saga di J.K Rowling, l’impatto che abbia avuto sui Millennial e più in generale per i nati a cavallo degli anni Novanta. C’è da chiedersi però: se è stato così per ognuno di noi, lo è stato per tutti allo stesso modo? La prima pagina del volume edito dalla Salani risponde in maniera abbastanza diretta a questo interrogativo circa l’importanza di una traduzione.

    Come si legge nella Nota alla Traduzione Italiana di Serena Daniele:

    La traduzione di un libro tocca le corde sensibilissime nel cuore e nella mente dei lettori: si tratta di passare da una lingua all’altra rispettandone “suoni e visioni” e mantenendo intatta la suggestione delle parole. In questo caso, la serie di Harry Potter ha comportato scelte editoriali molto delicate.

    Nella nota vengono spiegate le scelte di ricorrere a nomi che richiamassero un significato inteso piuttosto che una traduzione fedele. Ne sono esempio Albus Silente e Minerva McGranitt, tradotti a partire dai loro nomi in lingua originale per infondere nel primo un senso di saggezza, nella seconda un senso di serietà tramite l’assonanza con il granito. E ancora, la casata Ravenclaw corretta dalle primissime traduzioni Pecoranera nel più preciso Corvonero.

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    Harry Potter e La Pietra Filosofale: Nota alla traduzione Italiana della prima edizione

    Questa prima iterazione di modifiche – non mi sento di definirle correzioni, dopo ci arriviamo – nasce dal fatto che al momento della traduzione dei primi volumi, i rimanenti non erano ancora stati pubblicati. Se quando ho iniziato a leggere Harry Potter erano disponibili solo i primi quattro titoli della saga magica, ricordo come fosse oggi le pile di volumi il giorno della pubblicazione, un anno alla volta, fino all’uscita de Harry Potter e i Doni della Morte, quando si aspettava in fila per ritirare la copia che si era prenotata per il ritiro al day one alla libreria del paese.

    Queste evoluzioni, se inserite nella storia dell’opera dalla sua prima pubblicazione ad oggi, narrano scelte che non sempre sono andate verso il significato che la scrittrice ha voluto dare ai personaggi e alla trama. Silente – Dumbledore in lingua originale – ha perso il suo ronzio a favore di una traduzione semantica. Corvonero, al contempo, ha ritrovato la sua destinazione sintattica. Eppure, per stessa ammissione di Salani nella pagina dedicata alla traduzione di Harry Potter, il nome del preside di Hogwarts sarebbe stato azzeccato col senno di poi:

    Altro che ‘Silente’! Eppure, la storia dimostrerà che proprio i silenzi di Albus hanno avuto un ruolo determinante, e anche negativo, nelle avventure di Harry Potter e nella lotta contro la Magia Oscura.

    La nostra generazione è cresciuta con la prima traduzione e quella a cura di Stefano Bartezzaghi del 2011, sebbene più fedele all’opera originale, rischia di costituire una bellissima restaurazione fatta con un intonaco che però fatica a reggere agli occhi di chi con questa saga ci è veramente cresciuto. Penso di non cadere in errore nel dire che se chiedessi ai miei coetanei cosa sono Tassofrasso e il Salice Schiaffeggiante, mi direbbero che ho preso un abbaglio. Tassorosso e Platano Picchiatore sono nomi che hanno vinto il tempo, come dimostra un utente sul fandom:

    Dipende tutto da quando si è iniziato a essere fan di Harry Potter. Io lo sono da ormai quindici anni e l’ho conosciuta come Tassorosso, non potrei mai cambiare il nome con cui mi riferisco a essa.

    Il nome della casata di Hogwarts, così come modificato, va a rompere un equilibrio basato sul gioco di nomi composti da animali e colori. In questo modo, Hufflepuff è diventata l’unica casa a non avere una colorazione, che sebbene non fosse trasposta visivamente in maniera fedele (il tasso è su sfondo giallo e nero, non rosso) rendeva un senso di appartenenza nel lettore. L’errore che si sta commettendo in questo caso a mio avviso è di sottovalutare l’importanza della traduzione per la profondità di campo che è propria della lingua italiana.

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    Stemma di Hogwarts con le quattro Case

    Nell’ultimo periodo ho deciso di riprendere a leggere con costanza. Nella reading list che ho stilato, la saga del maghetto più famoso del mondo è sicuramente in fila tra molti titoli che ho in programma di leggere. Ma mi ritrovo di fronte ad un bivio: 

    prendere un’edizione con la nuova traduzione oppure rimanere fedele alle prime traduzioni andando a recuperare singolarmente tutti e sette i volumi? 

    Entrambe le opzioni presentano pro e contro. Nel primo caso, prodotto nuovo reperibile in libreria ma un mondo che non riconosco e al quale faticherei ad abituarmi. Nel secondo, mi sembra difficile trovare ad un prezzo accessibile (sotto i 200EUR per l’intera collezione) volumi in ottimo stato.

    E qui voglio arrivare ad una proposta (chissà che Salani legga mai queste parole): Harry Potter, e chi lo traduce e riadatta nei vari formati media, ha ormai a che fare con un pubblico la cui vastità è difficilmente controllabile. Sarebbe inutile provare a mettere d’accordo chi lo ha letto da ragazzino in contemporanea con la pubblicazione con chi lo ha assaporato tutto d’un fiato solo di recente. Quello che però non si può pretendere, ed in questo vedo una mancanza di alternativa, è che il pubblico della prima ora, ormai maturo e capace anche in termini economici (ormai i Millennial sono lavoratori, ricordiamolo), non possa acquistare una nuova edizione con le ultime copertine e finiture ma con la traduzione alla quale sono affezionati. Tralasciando i margini del venditore, le royalties dell’autore ed i costi di stampa, l’impatto maggiore sul prezzo finale in copertina è dato dai costi di editoria (20-25%) e distribuzione e logistica (40-50%). 

    Allora perché non rendere disponibili per l’acquisto la versione con la prima traduzione? Ovviamente la scelta è comprensibile, dal momento che la storia editoriale di Harry Potter è viva e ancora agli albori se comparata con quella di altre opere come Il Signore degli Anelli o Narnia. C’è la volontà di sterzare verso la direzione giusta – sempre che ce ne sia una – fin quando si è in tempo. Inoltre, una manovra di questo tipo sarebbe rischiosa la mancanza di proiezioni di dati di vendita, numeri difficilmente stimabili considerando che molti hanno a casa sui loro scaffali una vecchia copia impolverata di quest’opera. 

    Il mio è solo un sogno forse, ma sono pronto a scommettere che nei prossimi anni potremo vedere, diritti d’autore permettendo, una riedizione della prima traduzione per il piacere della nostra generazione. E che molti di noi sarebbero pronti a tornare in libreria per accaparrarsi la loro nuova, vecchia copia.

    Speriamo di arrivarci.

  • 5 Modi per Usare l’Intelligenza Artificiale nel Collezionismo (Anche se Sei un Principiante)

    5 Modi per Usare l’Intelligenza Artificiale nel Collezionismo (Anche se Sei un Principiante)

    L’Intelligenza Artificiale sta cambiando drasticamente la nostra possibilità di acquisire in modo rapido ed efficace le informazioni e di manipolare dati per i nostri scopi. In questo articolo, dopo averti introdotto al collezionismo (se non lo hai letto ti consiglio di recuperarlo a questo link!), voglio mostrarti 5 utilizzi che un collezionista alle prime armi come te può fare dell’Intelligenza Artificiale.

    Tanti modelli AI, diversi scopi

    Chat GPT-5, Gemini, Sora, Perplexity e tanti altri: ogni modello di Intelligenza Artificiale ha punti di forza e debolezza, ma trova il suo uso ideale per determinati compiti.
    Sora, ad esempio, è specializzato nella generazione di video a partire da prompt, mentre Perplexity è la soluzione ideale per chi cerca di approfondire un determinato argomento. Chat GPT-5, invece, si propone come un assistente tuttofare per lo svolgimento di compiti generici: è il giusto compromesso fra potenza e semplicità di utilizzo, e questo motiva la sua popolarità.

    Non chi sa ma chi sa chiedere: l’AI e l’arte del prompting

    Con l’affermazione dei modelli generativi AI, sempre più risorse sono disponibili online.

    Ecco quindi che, nel marasma di possibili risposte generate, diventa fondamentale acquisire la capacità di porre le domande giuste, nel modo giusto. Il prompting, ovvero l’impostazione quanto più possibile ottimizzata delle domande da sottoporre a Chat GPT & Co., diventa la tecnica chiave per ottenere i risultati migliori e guidare l’AI verso il nostro obiettivo.Se sei interessato ad approfondire questa tematica, ti rimando alla pagina dedicata della Harvard University, dove viene data un’infarinatura sul tema. Se invece vuoi accedere a risorse specifiche per tecniche di prompting avanzate, ti consiglio la guida accurata di promptingguide.ai.

    Catalogazione e generazione etichette

    Si sa: quando si comincia a collezionare oggetti è facile farsi prendere la mano, trascurando la catalogazione di quanto si raccoglie. In questo, Chat GPT può essere un prezioso alleato.
    Ti basterà effettuare uno scatto della tua collezione e chiedere di effettuare la catalogazione, magari in un file `.xls` da poter salvare su Google Fogli e avere sempre accessibile.

    Ti invio una o più foto della mia collezione di [tipo di oggetti: es. libri, vinili, opere d’arte, ecc.]. Vorrei che tu estraessi per ciascun oggetto le seguenti informazioni: [Titolo, Autore, Anno] e una breve descrizione se riconoscibile. Dopo averli catalogati, organizza tutto in un elenco ordinato e aiutami a salvarlo in un file Google Fogli.

    Una volta ottenuto il catalogo, potresti anche voler implementare un sistema di lettura etichette per recuperare le informazioni essenziali per ogni oggetto. In questo caso, puoi chiedere a ChatGPT di generare per ognuno degli oggetti un codice QR, che potrai stampare e attaccare all’oggetto, per poterlo leggere inquadrandolo con il tuo smartphone o lettore e accedere subito alle informazioni.
    Ti fornisco un elenco di opere della mia collezione, ognuna con Titolo, Autore e Anno. Voglio che tu generi un QR code separato per ogni opera, in cui siano contenute le informazioni in formato testo, ben leggibili e ordinate. I QR code devono poter essere letti da qualsiasi lettore e mostrare chiaramente i dati dell’opera.

    Ricerca di tendenze di prezzo

    Come collezionisti dobbiamo fare letteralmente i conti con i prezzi degli articoli che stiamo cercando, comparando le offerte di mercato tra le varie piattaforme online.
    Se ti sei già ritrovato a voler cercare il prezzo più basso, o il miglior rapporto qualità-prezzo, sai bene quanto questa operazione possa richiedere tempo. Qui l’AI può venirti incontro, aiutandoti a trovare le migliori offerte online.

    Trova la migliore offerta online per acquistare [titolo del libro], edizione [specifica l’edizione: anno, casa editrice, copertina rigida/morbida, ISBN]. Includi il prezzo, la disponibilità, le spese di spedizione e il link diretto all’offerta. Mostrami solo edizioni corrispondenti esattamente a quella indicata

    Autenticazione e grading

    Nel mondo del collezionismo la credibilità di un’opera è rappresentata dalla sua autenticità. Sebbene esistano enti specializzati a livello internazionale che possono autenticare la provenienza, potresti voler chiedere al tuo assistente AI una prima verifica sommaria sull’autenticità.

    Ti invio la foto di una carta di Magic: The Gathering. Vorrei sapere se secondo te è autentica o se potrebbe essere un falso. Puoi controllare il layout, i caratteri, i colori e qualsiasi altro dettaglio che ti sembri sospetto?

    Un altro tema importante è il grading, ovvero l’assegnazione di un voto all’oggetto collezionato. Le aziende certificate valutano aspetti come bordi, superfici, centering e angoli. Per ottenere una stima preliminare, puoi fornire a Chat GPT una scansione ad alta definizione.

    Voglio che tu faccia il grading di questa carta collezionabile secondo gli standard PSA/BGS/CGC. Ti fornisco un immagine ad alta risoluzione della carta fronte e retro. Valuta con attenzione:

    – Centro (centering)
    – Bordi (edges)
    – Angoli (corners)
    – Superficie (surface)

    Indica il punteggio stimato (1-10) e una spiegazione dettagliata per ogni categoria. Alla fine, dammi una stima del grading complessivo secondo lo standard scelto (es. PSA 9, BGS 8.5, ecc.)

    Ricerca di oggetti per una collezione a tema

    Abbiamo visto come l’AI possa aiutarti a catalogare e valutare la tua collezione. Ma può anche aiutarti a crearne una da zero.

    Voglio creare una collezione a tema [inserisci nome del tema], composta da [es: fumetti, carte, libri]. Valuta una lista di esemplari per formare la mia prima collezione con un budget totale di [valore]. Forniscimi i migliori risultati in linea con la richiesta tratti dalle maggiori piattaforme di e-commerce.

    Analisi comparative di esemplari

    Abbiamo visto come puoi scoprire, autenticare e valutare oggetti per la tua collezione. Ma gli strumenti non finiscono qui: puoi infatti richiedere all’AI di andare ad effettuare delle comparazioni tra esemplari simili dello stesso oggetto.Come collezionista infatti ti capiterà di voler trovare il miglior rapporto qualità-prezzo fra esemplari che desideri acquistare:

    Voglio confrontare due oggetti da collezione simili trovati online. Ecco i link:

    [Inserisci il primo link]
    [Inserisci il secondo link]


    Analizza entrambi tenendo conto di:

    – Stato di conservazione
    – Prezzo richiesto
    – Descrizione e dettagli tecnici
    – Rarità e valore stimato sul mercato
    – Eventuali certificazioni o provenienza
    Dimmi quale dei due offre il miglior rapporto qualità-prezzo e spiega perché. Se possibile, indicami anche eventuali rischi o segnali da valutare prima dell’acquisto.

    Conclusione

    Ora che hai avuto un assaggio delle potenzialità dell’AI per la tua collezione, puoi sfruttarle al massimo per creare, gestire e valorizzare la tua collezione perfetta, con più consapevolezza e meno fatica.

  • Wimbledon 2025: Sinner, Rolex e il Collezionismo Sportivo

    Wimbledon 2025: Sinner, Rolex e il Collezionismo Sportivo

    Lo scorso 13 Luglio Jannik Sinner ha vinto il torneo di Wimbledon, diventando così il primo tennista italiano a vincere lo Slam giocato su erba. Milioni gli spettatori sintonizzati per assistere alla finale tra l’altoatesino classe 2001 contro quello che è diventato ormai il suo rivale predestinato, Carlos Alcaraz. Una platea di spettatori che supera il green court di Londra ed entra nelle case e nelle piazze di tutto il mondo. È un momento importante, soprattutto per i marchi, che possono far sentire la loro voce. Da Nike, che con Sinner ha firmato un contratto per dieci anni e 150 milioni, a Rolex che a fine match manda in onda lo spot preparato ad hoc per la vittoria dell’orgoglio italiano nel mondo. Attori, personaggi dello spettacolo e reali di Inghilterra e Spagna; il mondo ha seguito l’evento e ammirato (talvolta criticando anche) gli outfit e i wearables indossati dai protagonisti della giornata.

    Uno spot di 33 secondi, andato in onda appena concluso il match. La versione alternativa con Alcaraz non la vedremo mai, perché l’adv è dedicato al solo vincitore dell’edizione 2025 dello slam.

    THIS CROWN IS YOURS
    QUESTA CORONA E’ TUA

    Uno slogan che sancisce un risultato netto, dal quale non si torna indietro. 
    Vittoria e sconfitta, come il Trionfo e il Disastro tratti dal verso della poesia If— di Ruyard Kipling (a proposito, concedetevi momenti di pura emozione ascoltando il poema dalla bocca di Sir Michael Kaine) che sono stati il motto proprio di Wimbledon

    “If you can meet with Triumph and Disaster, and treat those two imposters just the same…”

    from If—, by Ruyard Kipling

    Una coppa che lo incorona campione d’Inghilterra, dorata come il bezel del Daytona che domina lo schermo a fine spot. Sì, perché Rolex è uno status, perfetto per essere sfoggiato ad eventi nei quali si mostra eleganza e dove il fascino risiede nella cura per i dettagli, Sponsor di Wimbledon da più 40 anni, non è un caso che le celebrities decidano di sfoggiare i pezzi migliori della famosa casa di orologeria svizzera per questi eventi, facendo parlare di sé. 

    Non solo Orologi, ma anche Collectibles

    Il mercato si sa, reagisce ad ogni indiscrezione, rumor e ancor più davanti ai fatti concreti. E conquiste come quella della scorsa domenica segnano un nuovo livello nella carriera professionistica di Sinner, che prende le distanze da Alcaraz nel ranking ATP consolidando il primo posto nella classifica mondiale. E con lui, anche gli oggetti del collezionismo legati al campione italiano aggiornano i prezzi, di conseguenza, spostando il punto di equilibrio tra domanda e offerta su valori più alti. Oggetti da collezione che aumentano di valore, e nuovi prodotti commemorativi che si affacciano sul mercato, come il recente album Panini completamente dedicato al tennista di San Candido.

    Un mondo, quello del collezionismo sportivo, che cuba 33 miliardi di dollari al 2024, e che recenti stime proiettano ad una crescita esorbitante in questo decennio fino ai 71 miliardi stimati per il 2030. All’interno di questo mercato in crescita, le trading cards hanno rappresentato circa il 60% del mercato collezionistico lo scorso anno. A dominare i numeri da capogiro è il Nord America, con due terzi del mercato circa. A seguire Europa (30%) e Asia-Pacifico (15%). 

    Altro caso, stesso Slam: la carta Rookie di Amanda Anisimova del 2023 Upper Deck Goodwin Champions Rookie (numero #50) ha raggiunto i 399,99 dollari sulla piattaforma eBay alla notizia della sua partecipazione alla finale di Wimbledon 2025. Un nuovo all time high per la carta, che è subito scesa di prezzo dopo la batosta inflitta alla Anisimova dalla sua rivale Swiatek, che le ha strappato la coppa con un sonoro 6-0 6-0.

    Pezzi preziosi, ma briciole in confronto agli esemplari che hanno segnato la storia del collezionismo sportivo: dalla figurina di Mickey Mantle del 1952, venduta per 12,6 milioni di dollari nell’Agosto 2022 (con un grading 9.5). Tennis, Baseball ma anche Basket: lo scorso mese la 1986 Fleer Michael Jordan Rookie Card (numero #57 del set) è stata venduta per 2,5 milioni di dollari. Un incremento del 148% rispetto all’ultimo record di vendita del 2022 per questo esemplare autografato e con voto 9 che ritrae Air Jordan allungarsi con maestria nei salti al canestro che lo hanno reso un’icona. 

    E intanto la Sinner Rookie Card fermenta

    Come un vino di ottima annata lasciato a riposare, la prima figurina mai prodotta di Sinner, inclusa nella collezione Super Champs Tokio 2020 e distribuita con acquisti presso i supermercati Esselunga, continua a far parlare di sé tra gli appassionati di collezionismo sportivo. La numero #153 infatti rappresenta la vera Rookie card dell’atleta. Per chi non è dentro questo mondo spieghiamo in breve: la Rookie Card costituisce la prima apparizione di un atleta nel mondo delle carte scambiabili, ed è tra i prodotti considerati in potenziale crescita futura se la carriera dell’atleta lascia il segno nello sport. In questo caso Sinner ha già raggiunto primati per il tennis italiano. Guardando agli esemplari certificati in circolazione, basti pensare che lo scorso 8 Luglio un esemplare con grading 10 è andato venduto all’asta per 2900 euro su eBay. Trovate tutti i valori sul sito PSA

    wimbledon_2025_sinner_rolex_e_il_collezionismo_sportivo_sinner_rookie_card
    Esselunga Super Champs Tokyo 2020: Jannik Sinner Rookie

    Se pensate di averla da qualche parte in casa, farete bene a recuperarla e a conservarla per il futuro.
    Non si sa mai.

  • Maledizione Stevie Ray, non prendere quell’elicottero! L’ultima notte dell’uragano del Texas

    Maledizione Stevie Ray, non prendere quell’elicottero! L’ultima notte dell’uragano del Texas

    La storia del Rock è costellata da aneddoti assurdi. E la storia delle ultime ore di Stevie Ray Vaughan, noto agli addetti ai lavori come l’Uragano del Texas, è ai limiti del paranormale.

    Nebbia fitta  ad Alpine Valley

    Ci sono eventi che rimangono impressi nella memoria delle persone per una vita intera. Per le quarantamila persone che si sono ritrovate all’Alpine Valley Music Theater la notte del 26 Agosto 1990 per ascoltare il blues, quella sarà l’ultima occasione per sentire dal vivo una leggenda. A dominare il palco di Alpine Valley, Wisconsin, non è il main performer in programma, un chitarrista quarantacinquenne dal Surrey di nome Eric Clapton, ma un ragazzo di neanche 35 anni di Austin, Texas. Le iniziali del suo nome brillano sul battipenna della sua Fender Stratocaster: SRV. Acronimo di Stevie Ray Vaughan.

    Vaughan e i Double Trouble sono quasi alla fine del loro tour, omonimo dell’ultimo lavoro In Step. Ancora poche date, tra le quali Londra e Santa Fe, li separano dalla conclusione di un girovagare cominciato nel maggio dell’anno precedente. La loro è la seconda serata all’anfiteatro di East Troy; un tutto esaurito che consacra l’approdo di Stevie e soci ad eventi con pubblico ben più ampio dei locali ai quali erano da sempre abituati.  
    Per ammissione dello stesso Clapton ricordando quella sera, non ci sarebbe stato spazio per ulteriori miglioramenti al suono e alla performance di Stevie Ray Vaughan. Il blues texano dell’Uragano di Austin aveva raggiunto la forma espressiva perfetta.

    “There was nothing missing. There was no room for improvement.”
    E.Clapton

    Stevie Ray Vaughan and The Double Trouble, 1983 publicity photo by Don Hunstein
    Stevie Ray Vaughan and The Double Trouble, 1983 publicity photo by Don Hunstein

    Un Vaughan, quella sera, che da circa tre anni e mezzo era riuscito ad uscire da un vortice di alcool e droga che lo stava per trascinare all’Inferno. Per sua stessa ammissione in un’intervista rilasciata al The Dallas Morning News nel Giugno precedente, non era mai stato felice come allora. 
    Eppure a Robert Knight, celebre fotografo di icone della musica, Stevie avrebbe confessato che aveva la sensazione che non gli sarebbe rimasto molto da vivere. Robert era lì per realizzare un servizio fotografico per Fender, e Stevie gli aveva detto che aveva realizzato di doversi ripulire quando in Svizzera era stato preda di un attacco di overdose tanto acuta da essere ricoverato in ospedale. Ne era uscito per miracolo, tornando alla vita. Un lazzaro come tanti nella storia del rock, e come pochi altri ad essere sopravvissuto.
    Tornando alla sera del 26 Agosto, dopo aver aperto per sir Clapton, Vaughan ritorna sul palco con lui per una jam session sulle note di Sweet Home Chicago assieme al fratello Jimmy, Buddy Guy e Robert Cray. 

    “…Oh, baby, don’t you want to go
    Oh, baby, don’t you want to go
    back to the land of California
    to mah sweet home Chicago…
    “
    R.Johnson

    La canzone, l’ultima suonata mai suonata da SRV, porta con sé tutta la malinconia del blues. Chicago quella sera non è solo un richiamo, ma una destinazione da raggiungere. A portare i musicisti in Illinois sarebbero dovuti essere quattro elicotteri. 
    Uno però, non atterrerà mai…

    L’incidente

    Il decollo dei musicisti e del personale è previsto dopo la mezzanotte, alle 00:40 AM. Stevie, sua moglie Connie ed il fratello Jimmy sono da programma sullo stesso volo, ma all’ultimo viene comunicato che l’elicottero a loro riservato è già occupato. Stevie però ha fretta di tornare, e sale solo lui insieme ai membri del team di Clapton. Con lui ci sono Colin Smythe, tour manager di Slowhand, l’agente Bobby Brooks e Nigel Bowne, addetto alla security.
    Quella sera però c’è nebbia ad Alpine Valley. L’elicottero si alza in volo per poi sparire inghiottito dalla foschia. I resti del Bell 206B-3 operato dalla OmniFlight Helicopters che avrebbe dovuto portare Stevie a Chicago vennero ritrovati alle ore 7 del mattino seguente. 

    Bell 206B-3 Jet Ranger III, Copyright: Elisabeth Klimesch

    Le ricostruzioni effettuate dal National Transportation Safety Board, l’agenzia per le investigazioni sui disastri aerei, porteranno alla luce che tutti i passeggeri avevano le cinture allacciate al momento dell’impatto. Inoltre, la relazione di conclusione delle indagini approvata il 9 Novembre di due anni dopo rimuove ogni dubbio relativo a guasti di componenti come causa dell’incidente. La causa della tragedia invece è da riportarsi all’errore umano per mancanza di visibilità dovuta alla fitta nebbia di quella sera e alla mancanza della certificazione da parte del pilota per il volo strumentale su elicottero (IFR).

    Tragedia e destino

    Ad identificare il corpo saranno Clapton e il fratello di Vaughan, Jimmy, convocati il giorno seguente. La salma venne seppellita il 31 Agosto al Laurel Land Memorial Park di Dallas. Se ne andava così Stevie Ray Vaughan, un astro del blues. Come lui anche Buddy Holly e J.P Richardson alla fine degli anni 50’, altre icone della musica texana. Stessa sorte, diverso incidente aereo.

    Un fatto orribile che sconvolse il mondo del rock cambiandone il corso per sempre. Fato sinistro, certo, e forse qualcosa di più per i più scaramantici. Si narra infatti che Stevie avesse confessato ai compagni di band il giorno prima di quel tragico incidente di aver fatto un incubo, in cui si era ritrovato al suo funerale con migliaia di persone piangenti. Retroscena che emergono da racconti e che entrano nella leggenda.
    Forse, se qualcuno di quelli che aveva sentito il racconto del fenomeno di Austin quella sera gli avesse gridato “Maledizione Stevie, non salire su quel maledetto elicottero!”, il mondo della musica avrebbe continuato a ruotare attorno al suo asse.

    Sì perché la scomparsa prematura di Stevie non può essere pensata solo sulla mancanza di ciò che sarebbe potuto essere sul palco negli anni a venire, ma anche e soprattutto per l’ispirazione che ha continuato a dare ai musicisti fino ad oggi.

    Stevie Ray Vaughan statue in Austin, Texas. Credit: Katie Haugland Bowen
    Stevie Ray Vaughan statue in Austin, Texas. Credit: Katie Haugland Bowen

    Non è un caso che durante la Cerimonia di Induzione alla Rock ‘n Roll Hall of Fame di Stevie Ray Vaughan & The Double Troubles nel 2015 John Mayer abbia fatto da portavoce di un’intera generazione di nuovi chitarristi che hanno abbracciato il Blues ed il Rock grazie all’Uragano del Texas. 

    “because I wanted to be Stevie and I still want to be Stevie. And if you ever pick up a guitar, is there anybody better to want to be than Stevie Ray Vaughan?”
    J.C.Mayer

    Per chi volesse capire in breve chi era Stevie Ray Vaughan e di cosa era capace, lascio link al sound check del 1986. Il suono della sua chitarra parla da sé.

    Stevie Ray Vaughan, soundcheck 1986

  • Arriva From Zero. I Linkin Park ricablano il passato in un nuovo presente

    Arriva From Zero. I Linkin Park ricablano il passato in un nuovo presente

    Si stima che nel cervello umano ci siano circa centro trilioni di connessioni neurali. Si formano quando riceviamo nuove informazioni, e sedimentano nel tempo creando luoghi in cui ci rifugiamo in tempi nostalgici. A volte però, capita che le nostre sinapsi vadano ricablate, un po’ come per i cavi delle grosse rete di informazioni.

    Linkin Park, nuova formazione. Foto per press release del nuovo album From Zero
    Credit: James Minchin III (rights holder), CeriRoberts (Warner Records representative) – Image License

    È il caso dei nostri cassetti della memoria dedicati ai Linkin Park, band che ha portato il genere Nü Metal ad inizio anni 2000, che domani 15 Novembre tornano con il nuovo album From Zero. Prima incisione a sette anni dalla pubblicazione di One More Light, ultima fatica della band di Los Angeles con la voce di Chester Bennington. La tragica scomparsa del cantante ha lasciato un vuoto difficile da colmare per Mike Shinoda ed i suoi compagni, che si sono presi una lunga pausa. Ne è passato di tempo da allora, ma la nuova formazione è tornata in pista lo scorso 5 Settembre con un evento di 5 ore trasmesso in streaming dai Warner Bros. Studios di Burbank per presentare i nuovi membri. Alla voce Emily Armstrong, sconosciuta ai piu e militante nella rock band Dead Sara. Alla batteria Colin Brittain, che rimpiazza Rob Bourdon. Rimane il nucleo strumentale, con Shinoda che si conferma ancora una volta il cuore del gruppo, Brad Delson alla chitarra, Dave Farrell al basso e Joe Hahn al campionatore.

    All’origine del ritorno un confronto che Shinoda fa risalire a una mattina di fine estate di qualche anno fa, in cui riunitisi con Joe e gli altri membri superstiti della band hanno cominciato a domandarsi come sarebbe stato continuare a suonare anche senza approvazione da parte del pubblico. La risposta data da Joe a questo Can you Imagine arriva dai menbri del gruppo in un’intervista esclusiva rilasciata a Zane Lowe per Apple Music:

    I would still do it. 
    Lo farei comunque.

    Un album che strizza l’occhio ai fedeli alla fanbase del gruppo, alla disperata ricerca  un nuovo Hybrid Theory. Gia dai singoli rilasciati non mancano i pezzi con il rap di Shinoda ed i riff in accordatura Drop D caratteristici di LP. Di seguito la tracklist, per un totale di 11 brani:

    1.       From Zero (Intro): apre l’album con cori. Non un brano ma una registrazione in cui viene citato il significato del titolo From Zero:

    From Zero? Like… from nothing?…Oh wait, your first-

    Il taglio lascia intendere le origini legate al primissimo nome dei Linkin Park, ovvero Xero.

    2.       The Emptyness Machine fornisce la risposta ai dubbi sulla scelta di di sostituire Bennington con una voce femminile. Quando Armstrong attacca al secondo verso, le paure svaniscono e torniamo ad abbandonarci alle sonorità che cercavamo da Minutes to Midnight quando eravamo ragazzini. La sua voce sa spaziare dal dolce a quel graffiato necessario ad una band come LP. 

    3.       Cut the Bridge è un brano ritmato che ricorda molto Bleed it Out da M2M.

    4.       Heavy is the Crown è stata scelta come inno ufficiale per i mondiali di League of Legends 2024 non a caso, visto il suo carattere esuberante ed in linea con la competitività del gioco. Qui i ruoli storici vengono ristabiliti, con l’iconico rap di Shinoda e lo screaming lasciato ad Armstrong.

    5.       Over Each Other è la classica ballata melodica, con accordi decidi, con quel All we are is talkin’ con una modulazione della voce di Emily che dice tutto.

    6.       Casualty I won’t be your Casualty. Il resto è pura rabbia.

    7.       Overflow porta il sound su un piano onirico, con accordi sospesi ed un ritornello adatto ad un thriller psicologico

    8.    Two Faced parte a bomba con riff in palm muting che esplode in pieno stile Race Against The Machine.

    9.     Stained si torna ragazzini!

    10.   IGYEIH Linkin Park allo stato puro. A mani basse il brano più incisivo del record.

    11.   Good Things Go brano elettro-pop di chiusura, in cui Armstrong dimostra di poter raggiungere un’estensione vocale pazzesca prima di attaccare il ritornello

    Per tutti noi nostalgici alla ricerca di suoni heavy, non rimane che goderci questo nuovo album e rivivere un nuovo passato.

    Emanuele

  • Recensione Squier by FenderStratocaster: Un’Analisi Approfondita di un Classico Accessibile

    Recensione Squier by FenderStratocaster: Un’Analisi Approfondita di un Classico Accessibile

    Ci sono pezzi che scrivo per sfogo quando mi sento ispirato, altri per condividere quello che mi piace e che merita di essere raccontato. Questo pezzo ha un sapore diverso. Vuole essere un omaggio ad uno strumento che da 15 anni fa parte della mia vita e continua in maniera più o meno diretta ad influenzarla.
    Sto parlando della mia Stratocaster Squier by Fender.
    Lo so, forse alcuni di voi si staranno chiedendo il senso di scrivere di una chitarra entry level, dopotutto non stiamo mica parlando di una Custom Shop. Quindi la prima domanda da porsi è:

    Perché una Squier?

    Beh, prima di tutto Squier Stratocaster è stata la mia prima chitarra elettrica, e la seconda chitarra che abbia mai posseduto. Ha sancito il mio approdo al mondo dell’amplificazione sonora due anni dopo che ho preso in braccio la mia prima chitarra, una Yamaha acustica nel 2007. Ricordo ancora la sensazione al rientro dal negozio di strumenti musicali Merula nel possedere finalmente uno strumento rock!

    Ma non ero il solo…

    La Squier ha rappresentato per molti il primo passo nel mondo musicale. Nelle loro varie declinazioni, queste chitarre entry level e mid range rappresentano ancora oggi una soluzione per chi vuole avvicinarsi ad un’architettura Fender senza spendere cifre importanti. Un po’ come avviene per chi acquista Epiphone guardando sempre all’olimpo di Gibson, lo stesso si può dire di Squier per il mondo Fender. Dei tanti modelli prodotti dalla casa di Scottdale, Arizona, ce n’è uno che trasuda rock ‘n roll da ogni fibra dei suoi legni. 

    Se vi dico Hendrix, Blackmoore, Clapton e chi più ne ha più ne metta in lista, cosa vi viene in mente?

    Con il suo profilo che ricorda una fiamma, la Stratocaster è dalla metà degli anni ‘50 sinonimo di leggenda nel mondo musicale. I tre pickups ed il selettore a 5 posizioni offrono un ventaglio di cromie sonore che permettono di spaziale dal blue al metal più pesante. Oggetto di desiderio da parte di molti, ha trovato il suo ingresso nel mercato delle chitarre affordable tramite Squier, diventata parte del gruppo fender alla fine degli anni sessanta.

    Veniamo quindi a questa Stratocaster Standard, che ho scoperto solo recentemente essere stata prodotta due anni prima dell’acquisto.
    Spulciando sul web infatti è possibile tracciare l’anno e il luogo di produzione di qualsiasi Squier a partire dal seriale riportato dietro la paletta. Secondo il sito squierwiki.com, il codice alfanumerico del serial number indica che questa Stratocaster è stata assemblata in Indonesia nel 2007. 
    I primi due caratteri indicano il luogo e lo stabilimento di provenienza. I sta per Indonesia, C per Cor-Tek (Cort). La Cort Guitars è un’azienda coreana con sede a Seoul che produce strumenti musicali per altre marche sotto licenza. Aperto nel 1995, lo stabilimento della P.T Cort conta più di 2000 dipendenti con un volume di produzione di unità che supera il milione per anno.

    Entriamo quindi nei dettagli di questa perla direttamente dal Mar di Giava.

    Il Body

    Il corpo è in Agathis, un legno morbido e usato in Indonesia per la produzione di strumenti di entry-level. Ora, questo materiale si è trovato al centro di discussioni riguardo la sua natura e qualità. Considerato il fratello povero del Mogano, gli viene imputata una conseguente mancanza di sustain per gli strumenti che lo utilizzano. Questo certamente ha un fondo di verità, se si pensa al fatto che un legno morbido rispetto ad uno duro e denso assorbe le vibrazioni sottraendole alle corde. La finitura è la cosiddetta Antique Burst, con un color grading che vira dal nero ai bordi al rosso scuro verso il centro del corpo.

    Il ponte con Tremolo Sincronizzato a 2-punti permette l’inserimento della leva tramite avvitamento nella filettatura predisposta. Sarà che non ho mai approfondito il suo utilizzo, o che il tremolo mi fa troppo effetto Gilmour con smorfia, ma non l’ho mai sfruttato a dovere. Per mio stile anche sulla Fender Stratocaster Deluxe quando voglio dare un effetto tremolo sugli open chords non mi affido alla leva ma alla uso dell parte esterna del palmo.

    Il Manico

    Il manico ha un profilo a “C” ed è in acero come la tastiera di 22 tasti taglia medium-jumbo. Ecco, il manico è forse l’elemento costruttivo di questo strumento che più ho imparato ad amare negli anni, proprio perché con il tempo è migliorato. L’attacco delle corde inziale era più alto di quello attuale c’è da dire, ed il lavoro di liuteria ha ridotto abbastanza questa distanza. Al tatto, il manico della Squier nuova era costituito da molte venature e micro pori che rendevano il manico tutto fuorché veloce. Questo limite si supera a mio avviso solo con l’utilizzo nel tempo: una volta levigata dalle dita la tastiera permetterà una migliore presa e regalando molte emozioni.

    La paletta in stile ’60 presenta il logo Squier con la decalcomania STRATOCASTER grande e ricurva, mentre nello sbuffo è indicata la serie. Per risolvere inoltre il ronzio delle corde in posizione aperta, è stato aggiunto un ulteriore string tree a quello in dotazione.

    Devo dire che le meccaniche mi hanno sempre stupito. Pressofuse, mantengono l’accordatura di questo strumento in maniera più che dignitosa, ma non sono in grado ad oggi di dire se sono stato fortunato io a trovare una chitarra ben stabilizzata tra le tante di produzione.

    I Pickups

    E veniamo ai trasduttori, che possiamo considerare come le corde vocali della chitarra. Questa stratocaster in configurazione SSS possiede 3 pickups Single Coil con magnete in alnico. Ad alti valori di gain sono molto rumorosi, ma quando si è in clean risultano forniscono quel suono ciccione pur non essendo ceramici. Per aumentare la performance in overdrive e distorsione, una buona opzione potrebbe essere quella di sostituire al ponte il single coil con un humbucker, ma anche lì dipende dallo stile musicale che più sentite vostro.

    Il selettore è quello che possiamo trovare sulle Stratocaster tradizionali: 5 posizioni, ognuna che attiva una combinazione differente di pickup come da tabella che riporto sotto. La manopola del master volume e le due dei toni accompagnano la parte inferiore del battipenna tartarugato a 4 strati offrendo le variazioni di sonorità essenziali e senza pretese per un chitarrista che vive la musica.

    Squier: una buona scelta per iniziare?

    In definitva, sappiamo con certezza che costruttiva degli strumenti di fascia medio-bassa si è alzata e di parecchio negli ultimi anni. Ad oggi, da chitarrista amatore, posso affermare che le strumenti come le Squier Affinity e Deluxe sono un’ottima scelta per iniziare ad approcciarsi al mondo della chitarra elettrica. Con poco più di 200 euro vi portate a casa uno strumento versatile, e potrete sempre effettuare le opportune regolazioni per adattare la configurazione al vostro modo di suonare la chitarra. Da notare che ho volutamente tralasciato le Bullet perché sebbene siano le entry level di casa Squier, rischiano di sacrificare troppo prezzo a discapito della qualità globale del prodotto. Per chi volesse invece spingersi nella fascia più alta senza oltrepassare la frontiera Fender, vi rimando a questo link per una recensione completa delle Classic Vibe.

  • Sono andato al Solo Tour di John Mayer. Ve lo racconto.

    Sono andato al Solo Tour di John Mayer. Ve lo racconto.

    Delle infinite forme in cui la realtà può manifestarsi, siamo inesorabilmente chiamati a confrontarci con il nostro unico presente possibile. E per fortuna, la manifestazione della maestria di John Mayer lo scorso 24 Marzo sera all’Accor Arena di Parigi segna il raggiungimento di un nuovo stato potenziale nel panorama musicale europeo.
    2 ore e 12 minuti di puro virtuosismo, con una sequenza di brani intervallati da spezzoni di interviste dei momenti più salienti della sua carriera.
    Già dall’apertura porte l’atmosfera dell’arena comincia a scaldarsi, con i fan in fila per accaparrarsi il merchandising di questo Solo Tour 2024 che vede coinvolte alcune delle principali città europee.

    L’arena

    Per molti che vengono dall’Italia, la corsa nell’accaparrarsi i biglietti di una delle tappe del tour è stata Parigi. L’Accor Arena è stata selezionata come spazio artistico per ospitare il sold out. Situato nel quartiere parigino di Bercy, lo stadio al chiuso è facilmente raggiungibile con la Rer B e la Metro 6 da Charles de Gaulle. Un’ottima occasione per chi come noi ha fatto toccata e fuga o per chiunque voglia allungare la propria permanenza per godere delle bellezze offerte dalla capitale Francese.

    Il concerto

    Apre il concerto Madison Cunningham, che per circa 40 minuti prepara il pubblico all’acustica dell’arena. L’artista si esibisce in alcuni dei suoi brani dalle melodie molto articolate e progressioni di arpeggi pindariche. Nello stadio è ancora un via vai di gente che entra ed esce, mentre i settori si riempiono sempre più.

    Sono le 20:40 quando il tempo si ferma. Il buio cade sull’arena, ed è subito il caos con acclamazioni ed urla di invocazione. Qualcuno intravede Mayer salire sul palco nella penombra, ed è subito il boato quando lo slide dal FA# al SOL# sulla quinta corda annuncia Slow Dancing in a Burning Room. Dalle prime strofe del brano arriva la maestria di John, come un’onda d’urto. È come trovarsi ad ascoltarlo comodamente dal divano del proprio salotto per quanto è realistico. Il timbro della voce rende i momenti difficili dopo il granuloma solo un lontano ricordo, risultando corposa e in tono. Il loop con l’assolo acustico fa comprendere l’essenza di questo Solo Tour: un momento per scoprire le canzoni dell’artista di Bridgeport in chiave acustica.

    Il primo batch di canzoni trasporta l’ascoltatore in un turbinio di emozioni. Con Shot in the Dark dall’ultimo album Sob Rock ci si rende conto della capacità di Mayer nel donare ai suoi arrangiamenti lo stesso volume di una versione incisa in studio.
    Emoji of a Wave cala temporaneamente un velo nostalgico sulle tribune, per poi far spazio al riff country di Queen of California, suonato con la bellissima Martin “limited in time” JCM edition del 2023. Godere di certe sonorità ammirando gli intarsi in madreperla che incorniciano il body sunburst grey del top di questo strumento è pura estasi.
    Se i fan a questo punto sono al settimo cielo, Neon consacra l’ingresso a nuove, più alte sfere. Il riff con fingerpicking misto allo slapping sulle basse corde è tra i più difficili da suonare ed oggetto di studio da parte di ambiziosi chitarristi, professionisti e non. Ma quando John decide di raddoppiarne la velocità per puro divertimento, cominciano a sentirsi risate (ero uno di quelli, lo ammetto) di persone in preda all’estasi.

    Who Says riporta ai giorni newyorkesi del percorso artistico , e chiudendo gli occhi vedo gli alberi ed i grattacieli che circondano Bryant Park.
    Waiting on the Day racchiude più che un semplice brano. Il suo testo esprime la speranza per un futuro di completezza accanto a chi si ama, ed l’accordo di SI minore all’inizio del ritornello fa vibrare le corde del cuori dello stadio all’unisono.
    Something like Olivia ha un tono scherzoso e leggero ma con un ritmo da passeggiata che entra in testa e continua a rimbalzarci.
    La seconda batteria di canzoni si chiude con il riff in open strings di In your Atmosphere; a questo punto che le pareti dell’arena sembrano restringersi, per riportare l’ascoltatore in una dimensione intima e confidenziale con l’artista.

    You’re Gonna Live Forever in Me e Changing vedono Mayer alle prese con un pianoforte a coda Yamaha. Su quest’ultimo vediamo la poliedricità di Mayer nel mettere in loop gli accordi al piano e sbizzarrirsi in un lead solo con in braccio sua PRS Silver Sky. le Entrambi i brani sono dell’album The Search for Everything, pubblicato nel 2017.
    Stop this Train e le sue ghost notes imprimono il ritmo lento ed incessante di un treno sulle rotaie della nostra anima. The Age of Worry, per stessa ammissione dell’artista, è un elenco di insegnamenti da portarsi dietro; certamente uno dei testi più belli che abbia scritto e parte della sua opera massima Born & Raised, edita nel 2012.
    No Such Thing, Why Georgia e Your Body is a Wonderland (alla quale Mayer si riferisce con l’epiteto di Goofy Friend) passano in fretta. Tra i più famosi e popolari brani di Mayer, vengono definiti dall’artista come canzoni di un periodo musicale ancora acerbo. Difficile da credere, considerando la continua evoluzione delle sue sonorità e gli improvements della sua tecnica negli anni.
    È finalmente il turno di Walt Grace’s Submarine Test 1967, che Mayer suona con una chitarra con corpo in metallo dal suono squillante. Un brano costruito la cui definizione corretta è handcrafted. Con la pazienza di un orologiaio, Mayer assembla con cura gli ingranaggi melodici ed armonici di questo pezzo dal profondo significato.

    Chiude la trackset Edge of Desire dall’album Battle Studies , suonata con una Martin double Neck che ha debuttato al NAMM nel 2010. Uno strumento più unico che raro, che incorpora in un unico body le potenzialità di una 6-string e di una 12-string. L’interludio strumentale con effetto stroboscopico intrappola l’arena in un gioco ipnotico senza possibilità di scampo.
    Mayer esce dal palco dopo aver salutato l’arena, ma chi ha vissuto qualche concerto sa benissimo che c’è una formalismo, noto come encore, che ogni artista deve al suo pubblico. Qualche minuto di applausi e rieccolo quindi rientrare, ma con una sorpresa. I tre schermi che proiettano la sua immagine sul palco lo ritraggono con in braccio niente di meno che la sua fedele Fender Stratocaster Black 1. Un corpo consumato dal tempo, che ha consacrato Mayer nell’Olimpo dei guitar heroes, ma che ha ancora voglia di far sognare.
    Parte Gravity, e si ha la certezza di aver raccolto in due ore il meglio della produzione ventennale di Mayer. Il suo riff, gli arpeggi gentili che si alternano con richiami di lead, ribadiscono ancora la natura Fenderiana dell’artista, nonostante il sodalizio con PRS dal 2018.

    Chiude la cover di Tom Petty Free Fallin’, un brano che Mayer ha reso immortale esibendolo in una delle più belle produzioni live mai incise, il Live at Nokia Theatre a Los Angeles, California, nel 2007.

    “My name is John, I love you Paris”

    Con queste parole Mayer lascia lo stage, salutando ancora una volta un pubblico accorso da tutta Europa per quella serata speciale. Le luci si riaccendono e l’intera Arena si risveglia. Eppure, si ha quella strana sensazione come quando si torna da un viaggio, che modifica per sempre il proprio percorso e non rende più gli stessi.

    E adesso?

    Nella prima parte del suo Solo Tour per le città americane Mayer si esibito con alcuni di nuova fattura e ancora. Drifting, In the Neighborood e Why Anyone Has to Go sono solo alcune delle candidate future incisioni rilasciate live in distillazione. Per averne la certezza, dovremo aspettare la pubblicazione del prossimo progetto dell’artista Americano, il primo dopo lo scioglimento nel 2022 dalla sua storica etichetta Columbia Records.
    Fino ad allora, continueremo ad essere testimoni della sua musica.

  • Perché sto aggiornando il mio sito Web nel 2022 (e come lo sto facendo)

    Perché sto aggiornando il mio sito Web nel 2022 (e come lo sto facendo)

    Per chi non mi conosce, ciao! mi chiamo Emanuele e sono un Ingegnere con una fervente passione per la fotografia. Ho creato questo spazio digitale nell’autunno del 2017 con il nome di Volo Iperbolico: un luogo virtuale dove potessi parlare di fotografia, musica e tutto ciò che ritenevo importante e prezioso.
    O almeno, quella era la promessa da marinaio che avevo fatto a me stesso.
    La produzione di articoli su questo blog è sempre rimasta legata ad un’attività sporadica, con alcuni tutorial e la ricerca altalenante per cercare di comunicare un messaggio, il mio messaggio, ad una community con i miei stessi interessi, ma con scarsi risultati. Ho persino dimenticato l’esistenza di questo sito per interi mesi negli ultimi anni.
    Fino alla scorsa settimana, quando io e mia moglie abbiamo deciso di inaugurare il nuovo anno con un viaggio di tre giorni in Trentino-Alto Adige, una delle regioni più suggestive d’Italia durante il periodo invernale. Bolzano e i laghi di Carezza e Braies, luoghi da favola immersi in una natura senza tempo.

    Ma prima una premessa.
    Il prossimo ottobre saranno esattamente dieci anni da quando ho iniziato a fotografare. Ho preso in mano una macchina fotografica per la prima volta nell’ottobre 2012. Una Canon EOS 1100D, ed è stato amore a prima vista. Le prime fotografie, i primi esperimenti, e chi se li scorda. Se da un lato l’era digitale permette di non consumare gli pellicola e riduce notevolmente l’aspettativa del risultato rispetto alle vecchie cineprese, credo che l’emozione sia comunque unica per un ragazzo che scopre un nuovo mondo nel quale esprimersi. La fotografia cambia il modo in cui guardi l’ambiente che ti circonda; col tempo si cominci a prestare attenzione ai dettagli, alle proporzioni, alle sfumature di colore e alla natura dei colori stessi. Capisci che questi non sono solo pigmenti, ma elementi di una tavola cromatica in grado di comunicare emozioni all’osservatore. E poi è arrivata l’astrofotografia, con la sua capacità unica di farti sentire minuscolo nell’universo, umile mentre guardi in alto le stelle.
    Il processo era abbastanza identico alla musica, altro interesse che ho coltivato negli anni. Ti imbatti in uno strumento musicale che gradualmente ti attrae a sé stesso, aprendoti un mondo di possibilità.

    È stato camminando sulla superficie ghiacciata del Lago di Braies che ho iniziato a pensare al mio viaggio fotografico e musicale, ai passi che mi avevano portato fino a quel momento. Credo che in questi (quasi) primi trent’anni di vita ho raggiunto una verità semplice ma fondamentale:

    puoi essere sicuro del tuo percorso solo se riesci a collegare i puntini

    Affrontiamo questa realtà senza aver paura di sembrare banali: siamo nel mezzo di una tempesta perfetta creata dai social e rischiamo di perderci. Ci viene chiesto costantemente di essere all’altezza di modelli semplicemente irrealistici, perché il confronto non si basa sulle pari opportunità. Basta scorrere il feed per trovare decine di fotografie migliori delle nostre, luoghi pazzi e gli ultimi outfits. E sono sicuro che almeno una volta ognuno di noi si sia sentito incapace di comunicare qualcosa. Indietreggiamo inventandoci scuse, mascherando la ritirata come una falsa partenza. E non capiamo che non si tratta di essere migliori degli altri in quello che si fa. Si tratta di comunicare un messaggio, un’emozione che può venire solo dalla nostra voce creativa. E ho capito che dieci anni di attesa erano il momento giusto per fare esperienza sul campo.
    Che era tempo per il prossimo passo.

    Innanzitutto una nuova identità.
    Non c’è niente di più personale e identificativo del proprio nome: per questo ho deciso di rinominare il blog da voloiperbolico a emanuelelabrocca. Voglio che non sia solo un sito web, ma un’espressione di chi sono come individuo creativo.

    E veniamo al design del sito.
    Per quanto riguarda l’espressione visiva, almeno in questo primo periodo cercherò di mantenere una struttura il più semplice possibile, suddivisa in una Home page, una sezione Blog dedicata agli articoli e una pagina About di auto-introduzione.
    Un altro elemento che trovo importante nella creazione di questo spazio è l’autenticità. Non intendo utilizzare fotografie di siti stock per articoli: voglio che ogni immagine, testo o altra forma di produzione provenga da me (a meno che articoli in cui mi riferisco a produzioni altrui).

    Voglio spiegarti perché ho deciso di aggiornare il mio sito nel 2022. La frammentazione della propria produzione sul web è inevitabile se si cerca di stare dietro a tutte le mode del momento. Insomma, questo succede tutte le volte con Facebook, Instagram, TikTok, per non parlare delle varie piattaforme specializzate per la condivisione di fotografie e chi più ne ha più ne metta. Il vero rischio è la mancanza di uno spazio che non soffra la moda del momento. Se una piattaforma perde il suo appeal, il valore dei contenuti che ospita diminuisce inevitabilmente. Poiché i social network si basano sulle interazioni, se gli utenti non trascorrono il loro tempo dietro lo schermo, le tue foto e i tuoi video possono non avere senso esistere in quella piattaforma.
    Aspetto non meno banale è dovuto a come è concepito il social per sua natura. Instagram, così come Tik Tok, nascono per sfruttare al meglio il formato fotografico degli smartphone, richiedendo così all’utente di adattare le proporzioni degli scatti a 1:1, 16:9 o 5:4. Anche spesso mi sono ritrovato a dover escludere da una fotografia una porzione di dettagli che avrebbe dato un senso all’immagine proprio per incastrare tutto nelle tessere del mio profilo.

    Tutto questo semplicemente non accade su un sito, perché hai il controllo del linguaggio visivo e scritto. Puoi gestire la tua produzione in modo che chi entra nel tuo spazio possa vedere esattamente quello che vuoi mostrare, senza dover riportare al di fuori di esso. E se un visitatore o un potenziale cliente sarà interessato ad ampliare la conoscenza del tuo prodotto su altre piattaforme, potrà farlo senza il rischio di perdere la parte essenziale della tua identità.

    Ecco perché in quest’anno cercherò di pubblicare e curare continuamente i contenuti del mio sito, senza pressioni per il raggiungimento dei risultati.

    It’s all about the journey

  • iPad Air: parola d’ordine Integrazione

    iPad Air: parola d’ordine Integrazione

    Sto scrivendo questo post dal mio iPad Air 2020, digitando su tasti non proprio silenziosi della tastiera di un iMac 2009. Recentemente infatti sto valutando la possibilità di usare la tavoletta di Apple a strumento principale per la mia produttività personale. Come sta andando? Ve lo spiego subito.

    Fino ad ora ho conservato una buona dose di scetticismo nei confronti della natura ibrida a metà strada di iPadOS, ma sono destinato a dovermi ricredere. Parlando di scrittura, l’abbinamento di Magic Mouse e Magic Keyboard avviene in pochi istanti tramite Bluetooth. Un codice a 4 cifre consente il l’accoppiamento con la tastiera mentre il dispositivo di puntamento viene riconosciuto automaticamente. Sebbene l’assenza della cerniera a farfalla influisca non poco sulla dinamica dei tasti, l’esperienza di scrittura è paragonabile a quella con un PC da 13’’, con quell’aggiunta di stile che solo la Mela sa dare. L’editing di testo con Pages è un gioco da ragazzi; un po’ meno elaborare dei fogli di calcolo con Numbers, ma è con Keynote che la Apple dà la spallata a Microsoft. Le presentazioni sono fresche ed in pieno stile Silicon Valley, e le animazioni una spanna davanti la casa di Redmond. Il puntatore ci permette gestire le applicazioninavigando nella Home senza perdere il riferimento, e la navigazione delle pagine web con Safari è un continuum senza interruzioni e distrazioni quando in Reader Mode. Credo che si intendesse questo negli anni 1990’s con l’espressione surfing the Internet. Tutta l’esperienza di utilizzo viene arricchita dalla lista di shortcuts disponibili per accelerare le operazioni.

    Ho iniziato ad utilizzare la tavoletta nata dalla mente di Steve Jobs anche per jam session musicali, anche se al momento mi definiscoun Beta user. La scheda di acquisizione audio viene riconosciuta istantaneamente e tutte le funzioni essenziali per il recording. Monitoring, noise gate, livelli di input e output; non sarà Logic Pro, ma per produzione e condivisione c’è proprio tutto il necessario. Il parco suoni rimane limitato, ma si possono comunque scaricare pacchetti aggiuntivi e strumenti musicali virtuali non presenti nella libreria base. Insomma, nel complesso si tratta si un piccolo studio di registrazione portatile. L’editing video professionale rimane l’unica vera limitazione che si fa sentire sentire. sebbene Final Cut Pro in termini di performance possa essere supportato almeno dalla linea Pro del tablet di Cupertino con il chip M1, l’assenza di questo software tanto amato dagli utenti del Mac continua a farsi sentire.

    Nel complesso, l’ambiente di iPad mette in risalto una qualità che purtroppo sembra essere una perla rara nella maggior parte dei prodotti delle aziende di tutto il mondo: l’integrazione con le proprie solutions e prodotti. Le features non saranno magari le prime del loro genere ad essere rilasciate sul mercato (si pensi al ritardo di anni con il quale sono stati presentati i Widget per IOS rispetto ad Android), ma sono altresì solide dal punto di vista architetturale. L’utente, una volta installato il nuovo aggiornamento per i suoi dispositivi dell’ecosistema, non ha la percezione di aver ricevuto dei blocchi logici nuovi appiccicati con lo scotch, ma una fusione tra hardware e software che non mostra crepe.

    C’è molta strada ancora da fare, ma che i tablet della mela stiano finalmente raggiungendo la tanto desiderata promozione a personal computers?

  • Tutte le carte di Apple Music: da Zane Lowe alla qualità Lossless

    Tutte le carte di Apple Music: da Zane Lowe alla qualità Lossless

    Fine Giugno 2015. Apple annuncia la nascita di Apple Beats1 come parte integrante del suo servizio Apple Music mandando in onda un adv dal nome “Always On”. Uno statement di libertà di espressione, sulle note di Freedom di Pharrell Williams. This is Zane Lowe on Beats1 attacca il DJ e curatore scelto dalla casa di Cupertino Zane Lowe per tirare le fila del neonato prodotto. Il rimanente minuto è un susseguirsi di scene girate come solo i creativi della mela sanno fare, con spaccati di vita in cui i protagonisti sono solo l’uomo e la musica. Ricordo bene quando mi connessi alla stazione radio nel giorno di lancio; sono subito entrato in un vortice di suoni, conversazioni e ottima cultura musicale. Prima canzone che correva in radio quando mi sono sintonizzato? Lost Ones, dall’album The Miseducation of Lauryn Hill. Ero talmente in hype che ho voluto condividere il mio entusiasmo sul mio account Twitter

    Ne sono successe di cose da allora; l’azienda diretta da Tim Cook sembra aver definitivamente abbandonato l’iPod in favore del melafonino e ha dato nuovo volto a Beats1 rinominandola lo scorso anno Apple Music 1. Programmi radio, backstage, interviste: la quantità e soprattutto la qualità dei contenuti mantiene le aspettative e addirittura le supera. Un esempio su tutti le serie di interviste del The Zane Lowe Interview Series che rivelano gli antri più intimi degli artisti in salotto o connessi grazie all’empatia dell’host Neozelandese. Foo Fighters, Bruce Springsteen, Shawn Mendes; retroscena ma soprattutto toccanti confessioni. E se la musica è emozione, in questo medium-lenght format fa da cornice ad un’esplorazione dei testi, delle ritmiche e delle intonazioni di chi le crea. Il New York Times lo definisce il terapista non ufficiale del Pop, e basta avviare la puntata in un in macchina verso casa o seduti sul divano del vostro per ritrovarvi in una sessione di psicoanalisi con lui. Merito della capacità di Lowe di muoversi fra i temi in maniera coerente ma anche di giocare con i silenzi ed il ritmo di voce. Un consiglio. Scaricate iTunes dal vostro PC o entrate nell’app Podcast da un qualsiasi dispositivo Apple e dedicatevi del tempo per ascoltare queste storie. Parole pronunciate da gente famosa, ma che potrebbero rivelarsi inaspettatamente vostre.

    E per il servizio di musica streaming? Puro godimento con la Lossless Quality in formato ALAC per tutta la sua libreria (ormai a 70 milioni di canzoni) e lo Spatial Audio per un numero di brani destinato a crescere. Vi lascio immaginare il lancio di un iPod per il ventennale dall’uscita, che ricorre quest’anno, con tutte le potenzialità offerte agli audiofili dalla piattaforma californiana e perché no, magari con il vostro paio di Airpods Pro. Un sogno? Attendiamo il prossimo Apple Event per scoprirlo. Ma cosa contraddistingue davvero Apple Music da qualsiasi altro competitor? In fondo non é differente da Spotify o Amazon Music. O forse sì, è la risposta la so ritrova nel nome stesso. Per un artista o performer promuovere il suo album su questa piattaforma vuol dire poter sfruttare un canale don un alto tasso d’influenza su utenti da tutto il mondo, che condividono il cuore dell’ideologia ereditata da Jobs. Un attenzione ai dettagli, a cosa si prova quando di crea, quando si produce un progetto sia esso musicale o di altro tipo.

  • SocialMusic: la Musica al tempo dei #Reels

    SocialMusic: la Musica al tempo dei #Reels

    Oggi mi sento ispirato: imbraccio la chitarra elettrica, connetto la cavetteria accendo l’ampli. Navigo su GuitarTab e cerco quel brano che ho in testa da giorni, con quel riff graffiante che non vedo l’ora di padroneggiare. E così, prova e riprova, arrivo ad una performance soddisfacente. Poi mi dico sai che c’è? Se lo condividessi con i miei followers potrei mostrare quello che so fare, comunicare un’emozione. Apro Instagram, sistemo l’iPhone in un angolo della stanza e mi riprendo mentre suono la parte clue di tutto il brano. Quando ritengo che la registrazione sia buona stacco, condisco il Reel con la giusta dose di #Hashtags e lascio che l’algoritmo faccia tutto il resto. Abbastanza semplice e appagante.

    Nel frattempo, dietro le quinte, Zuckerberg ha captato i miei gusti, ed ecco che scorrendo la sezione Esplora di Instagram vengo bombardato di video sotto il minuto di durata caricati da ragazzi della Generazione Z. Cover di brani Neosoul, Bieber, Billie Eilish. Giovani musicisti che, chi per passione chi per sogno, cercano di uscire dalle loro stanze per far arrivare il loro sound sempre più lontano. Un po’ come dei radioamatori, esploratori non canali in frequenza ma di social apps. Capisco di non essere solo a giocare questo gioco, ma parte di una community di utenti che condividono la passione per la musica suonata e per la chitarra. Ma stiamo davvero facendo musica? In fondo sono suoni distillati, frutto di una visione finalizzata a quella manciata di secondi. #TikTokers e #Istagrammers lo sanno bene: video lunghi restringono l’audience e diminuiscono le visualizzazioni. YouTube ha lanciato in beta version i suoi #Shorts per allinearsi alle altre piattaforme, vorrà pur dire qualcosa.

    Non mi dilungherò su tutti quegli aspetti legati all’efficacia del contenuto pubblicato in termini di numeri. Siamo sempre a caccia di like e altre forme di reaction. Brevi rilasci di endorfine che finiscono per condizionare il nostro modo di scrivere e creare contenuti da proporre al proprio pubblico. Sto parlando del motivo che ci spinge a fare zapping su Spotify ed Apple Music alla ricerca di quella porzione di brano con la base giusta per metterci sopra del nostro. Tutta estetica, poca sostanza direbbe qualcuno. Ma ogni tape è diverso, un po’ come entrare in biblioteca per spulciare i libri tra gli scaffali. Non è il solito modo di suonare, non si esegue più un brano per intero ma qualche fraseggio. Questo zapping musicale, se affrontato con il giusto metodo, non può far altro che elasticizzare i muscoli della nostra mente, atrofizzati spesso dall’ascolto ossessivo dei nostri pezzi preferiti. Aspetto negativo? Mancanza del complesso live. La componente relazionale è limitata all’interazione post produzione e anche volendo i ritardi di connessione non lo permettono ad oggi; ma i Duetto di TikTok cercano di porre rimedio anche a questo.

    Difficile cercare di comprendere, il cambiamento sta già avvenendo ed accelera di Mb/s ad ogni istante. Reputo che dobbiamo semplicemente accettare che nel 2021 si stia esplorando un nuovo modo di far passare un messaggio che possa superare virtualmente gli isolamenti generati dalla pandemia COVID-19. La scelta di abbracciare questo cambiamento o di deprecarlo è nostra, ma poco influente. Saranno sempre un gruppo di ragazzi del Berklee College of Music classe 2025, con le loro cover ed il loro stile, a dettare quello che ascolteranno i nostri figli e nipoti un domani.

    Aggiorniamoci.

  • Modern Stratocaster. E no, non sto parlando di Fender

    Modern Stratocaster. E no, non sto parlando di Fender

    È un dato di fatto che Fender sia un marchio di riferimento per ogni musicista, e che la Stratocaster riesca continuamente ad attrarre a sé nuovi chitarristi e affezionati di lunga data. Uno strumento che più che un mezzo di espressione è diventato nello scorso secolo uno status symbol, come Rolex e Porsche nei loro settori.

    Eppure, guardandosi intorno nel panorama musicale, siamo in piena fioritura di soluzioni, alcune nuove alcune già presenti, che strizzano l’occhio al modello amato dai Grandi (basti pensare a Hendrix, Vaughan e Clapton).

    Se fino qualche anno fa palesare l’esistenza di un’alternativa valida alla ammiraglia di casa Fender sarebbe stato sdoganato come vigliacco tentativo di imitare su specifiche mal interpretate, non si può dire di certo lo stesso oggi.

    Le Strats in chiave moderna si stanno facendo spazio nel mercato. Ma possono questi modelli fare paura ad una icona? A mio avviso si, se si guarda al futuro della musica con un occhio innovativo.

    Un esempio su tutti la Ibanez AZ2204, che nelle sue varianti sta spopolando fra i giovani praticanti del Neosoul: i suoi pickups noiseless e la configurazione HSS con switch dedicato consentono di ottenere un parco suoni enorme da esplorare fino all’ultima nota.

    Abbiamo poi la PRS Silver Sky, annunciata due anni fa e volutamente improntata ad uno stile Fenderiano in termini di playability.

    Infine ma non ultima, voglio citare la YAMAHA Pacifica, che da anni è in costante crescita e perfezionamento tanto da diventare la prima scelta per novizi nel mondo della musica ma anche approdo per i più abili nelle sue versioni raffinate.

    Il motivo del loro successo? Modelli che riescono ad intercettare un bisogno di cambiamento, solleticando l’attenzione di chi non ha mai valutato fino ad ora una reale alternativa. L’attenzione è tutta nel dettaglio e nelle colorazioni: la colorazione sunburst tutto a un tratto risulta polverosa rispetto ai colori pastello e, perché no, alle varianti pink di questi modelli.

    Forse non cambierà molto sulla carta, ma concettualmente siamo su un altro pianeta.

    Non sembra essere un caso che la risposta a rialzo della casa di Scottsdale con l’introduzione delle American Ultra lo scorso anno e delle Ultra Luxe nel 2021 quest’anno non si sia fatta attendere.

  • Life is Hard. Rock is Soft

    Life is Hard. Rock is Soft

    Esce oggi, 16 Luglio 2021, il nuovo album di John Clayton Mayer dal titolo Sob Rock. Il suo nuovo lavoro, a 4 anni dal suo ultimo The Search for Everything, era un ritorno annunciato dalle distillate ma intense uscite degli ultimi anni. Sonorità anni ’80 come Shot in the Dark, che riecheggiano del periodo Miami Beach come vecchie musicassette in una scatola. Autoironia ma supportata da una maggiore consapevolezza di sé quella di Mayer, alla sua prima incisione dopo l’abbandono del fascino vintage della Stratocaster in favore del look contemporaneo della PRS Silver Sky, nata proprio sulle esigenze dell’artista.

    Di seguito la tracklist:

    1. Last Train Home

    2. Shouldn’t Matter but it Does

    3. New Light

    4. Why You No Love Me

    5. Wild Blue

    6. Shot in the Dark

    7. I Guess I Just Feel Like

    8. Til the Right One Comes

    9. Carry Me Away

    10. All I Want Is to Be with You

  • Winter Notes I

    Prima nevicata dell’anno.

    Un momento magico, ricco di attesa per coloro che hanno la fortuna di assistervi nel luogo in cui vivono. Eppure l’atmosfera si trasforma ancor prima che il primo fiocco si posi per terra; perché la neve si sa, prima di arrivare, è nell’aria. La puoi sentire, quando tutto intorno si fa calmo ed i suoni sembrano ad un tratto ovattati. Un annuncio, seguito da un avvenimento che regala emozioni a grandi e piccoli. Cominci a chiederti se quest’anno ce ne saranno molte altre, o se sarà il solito inverno senza neve; speri per la prima, temi per la seconda.

    Ti affacci alla finestra, quando un uccello si sofferma sul tetto della casa di fronte dove dal comignolo comincia già ad uscire il fumo, che lascia immaginare momenti di raccoglimento dentro le mura. Si guarda attorno, come a dire “ci siamo, ci si prepara a questo da un anno”. Miro al volo e scatto questa fotografia.

    Un fermo immagine che riporta la realtà, ma che suggerisce molto più di quanto ho saputo immaginare e scrivere.

    Un augurio di Buon Natale a Voi tutti.

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