Qualche settimana fa sono tornato a casa dei miei, e mi sono ritrovato a riprendere in mano l’edizione dei Harry Potter e La Pietra Filosofale che lessi per la prima volta quando avevo sette anni, riuscendo a completarlo il giorno stesso dell’uscita al cinema del suo adattamento cinematografico diretto da Chris Columbus. Ricordo ancora l’emozione, per la prima volta, di riconoscere esattamente le sequenze che mi sarei aspettato dopo la lettura di quel libro emozionante.
24 anni dopo, sappiamo tutti cosa sia diventata la saga di J.K Rowling, l’impatto che abbia avuto sui Millennial e più in generale per i nati a cavallo degli anni Novanta. C’è da chiedersi però: se è stato così per ognuno di noi, lo è stato per tutti allo stesso modo? La prima pagina del volume edito dalla Salani risponde in maniera abbastanza diretta a questo interrogativo circa l’importanza di una traduzione.
Come si legge nella Nota alla Traduzione Italiana di Serena Daniele:
La traduzione di un libro tocca le corde sensibilissime nel cuore e nella mente dei lettori: si tratta di passare da una lingua all’altra rispettandone “suoni e visioni” e mantenendo intatta la suggestione delle parole. In questo caso, la serie di Harry Potter ha comportato scelte editoriali molto delicate.
Nella nota vengono spiegate le scelte di ricorrere a nomi che richiamassero un significato inteso piuttosto che una traduzione fedele. Ne sono esempio Albus Silente e Minerva McGranitt, tradotti a partire dai loro nomi in lingua originale per infondere nel primo un senso di saggezza, nella seconda un senso di serietà tramite l’assonanza con il granito. E ancora, la casata Ravenclaw corretta dalle primissime traduzioni Pecoranera nel più preciso Corvonero.

Questa prima iterazione di modifiche – non mi sento di definirle correzioni, dopo ci arriviamo – nasce dal fatto che al momento della traduzione dei primi volumi, i rimanenti non erano ancora stati pubblicati. Se quando ho iniziato a leggere Harry Potter erano disponibili solo i primi quattro titoli della saga magica, ricordo come fosse oggi le pile di volumi il giorno della pubblicazione, un anno alla volta, fino all’uscita de Harry Potter e i Doni della Morte, quando si aspettava in fila per ritirare la copia che si era prenotata per il ritiro al day one alla libreria del paese.
Queste evoluzioni, se inserite nella storia dell’opera dalla sua prima pubblicazione ad oggi, narrano scelte che non sempre sono andate verso il significato che la scrittrice ha voluto dare ai personaggi e alla trama. Silente – Dumbledore in lingua originale – ha perso il suo ronzio a favore di una traduzione semantica. Corvonero, al contempo, ha ritrovato la sua destinazione sintattica. Eppure, per stessa ammissione di Salani nella pagina dedicata alla traduzione di Harry Potter, il nome del preside di Hogwarts sarebbe stato azzeccato col senno di poi:
Altro che ‘Silente’! Eppure, la storia dimostrerà che proprio i silenzi di Albus hanno avuto un ruolo determinante, e anche negativo, nelle avventure di Harry Potter e nella lotta contro la Magia Oscura.
La nostra generazione è cresciuta con la prima traduzione e quella a cura di Stefano Bartezzaghi del 2011, sebbene più fedele all’opera originale, rischia di costituire una bellissima restaurazione fatta con un intonaco che però fatica a reggere agli occhi di chi con questa saga ci è veramente cresciuto. Penso di non cadere in errore nel dire che se chiedessi ai miei coetanei cosa sono Tassofrasso e il Salice Schiaffeggiante, mi direbbero che ho preso un abbaglio. Tassorosso e Platano Picchiatore sono nomi che hanno vinto il tempo, come dimostra un utente sul fandom:
Dipende tutto da quando si è iniziato a essere fan di Harry Potter. Io lo sono da ormai quindici anni e l’ho conosciuta come Tassorosso, non potrei mai cambiare il nome con cui mi riferisco a essa.
Il nome della casata di Hogwarts, così come modificato, va a rompere un equilibrio basato sul gioco di nomi composti da animali e colori. In questo modo, Hufflepuff è diventata l’unica casa a non avere una colorazione, che sebbene non fosse trasposta visivamente in maniera fedele (il tasso è su sfondo giallo e nero, non rosso) rendeva un senso di appartenenza nel lettore. L’errore che si sta commettendo in questo caso a mio avviso è di sottovalutare l’importanza della traduzione per la profondità di campo che è propria della lingua italiana.

Nell’ultimo periodo ho deciso di riprendere a leggere con costanza. Nella reading list che ho stilato, la saga del maghetto più famoso del mondo è sicuramente in fila tra molti titoli che ho in programma di leggere. Ma mi ritrovo di fronte ad un bivio:
prendere un’edizione con la nuova traduzione oppure rimanere fedele alle prime traduzioni andando a recuperare singolarmente tutti e sette i volumi?
Entrambe le opzioni presentano pro e contro. Nel primo caso, prodotto nuovo reperibile in libreria ma un mondo che non riconosco e al quale faticherei ad abituarmi. Nel secondo, mi sembra difficile trovare ad un prezzo accessibile (sotto i 200EUR per l’intera collezione) volumi in ottimo stato.
E qui voglio arrivare ad una proposta (chissà che Salani legga mai queste parole): Harry Potter, e chi lo traduce e riadatta nei vari formati media, ha ormai a che fare con un pubblico la cui vastità è difficilmente controllabile. Sarebbe inutile provare a mettere d’accordo chi lo ha letto da ragazzino in contemporanea con la pubblicazione con chi lo ha assaporato tutto d’un fiato solo di recente. Quello che però non si può pretendere, ed in questo vedo una mancanza di alternativa, è che il pubblico della prima ora, ormai maturo e capace anche in termini economici (ormai i Millennial sono lavoratori, ricordiamolo), non possa acquistare una nuova edizione con le ultime copertine e finiture ma con la traduzione alla quale sono affezionati. Tralasciando i margini del venditore, le royalties dell’autore ed i costi di stampa, l’impatto maggiore sul prezzo finale in copertina è dato dai costi di editoria (20-25%) e distribuzione e logistica (40-50%).
Allora perché non rendere disponibili per l’acquisto la versione con la prima traduzione? Ovviamente la scelta è comprensibile, dal momento che la storia editoriale di Harry Potter è viva e ancora agli albori se comparata con quella di altre opere come Il Signore degli Anelli o Narnia. C’è la volontà di sterzare verso la direzione giusta – sempre che ce ne sia una – fin quando si è in tempo. Inoltre, una manovra di questo tipo sarebbe rischiosa la mancanza di proiezioni di dati di vendita, numeri difficilmente stimabili considerando che molti hanno a casa sui loro scaffali una vecchia copia impolverata di quest’opera.
Il mio è solo un sogno forse, ma sono pronto a scommettere che nei prossimi anni potremo vedere, diritti d’autore permettendo, una riedizione della prima traduzione per il piacere della nostra generazione. E che molti di noi sarebbero pronti a tornare in libreria per accaparrarsi la loro nuova, vecchia copia.
Speriamo di arrivarci.