Maledizione Stevie Ray, non prendere quell’elicottero! L’ultima notte dell’uragano del Texas

La storia del Rock è costellata da aneddoti assurdi. E la storia delle ultime ore di Stevie Ray Vaughan, noto agli addetti ai lavori come l’Uragano del Texas, è ai limiti del paranormale.

Nebbia fitta  ad Alpine Valley

Ci sono eventi che rimangono impressi nella memoria delle persone per una vita intera. Per le quarantamila persone che si sono ritrovate all’Alpine Valley Music Theater la notte del 26 Agosto 1990 per ascoltare il blues, quella sarà l’ultima occasione per sentire dal vivo una leggenda. A dominare il palco di Alpine Valley, Wisconsin, non è il main performer in programma, un chitarrista quarantacinquenne dal Surrey di nome Eric Clapton, ma un ragazzo di neanche 35 anni di Austin, Texas. Le iniziali del suo nome brillano sul battipenna della sua Fender Stratocaster: SRV. Acronimo di Stevie Ray Vaughan.

Vaughan e i Double Trouble sono quasi alla fine del loro tour, omonimo dell’ultimo lavoro In Step. Ancora poche date, tra le quali Londra e Santa Fe, li separano dalla conclusione di un girovagare cominciato nel maggio dell’anno precedente. La loro è la seconda serata all’anfiteatro di East Troy; un tutto esaurito che consacra l’approdo di Stevie e soci ad eventi con pubblico ben più ampio dei locali ai quali erano da sempre abituati.  
Per ammissione dello stesso Clapton ricordando quella sera, non ci sarebbe stato spazio per ulteriori miglioramenti al suono e alla performance di Stevie Ray Vaughan. Il blues texano dell’Uragano di Austin aveva raggiunto la forma espressiva perfetta.

“There was nothing missing. There was no room for improvement.”
E.Clapton

Stevie Ray Vaughan and The Double Trouble, 1983 publicity photo by Don Hunstein
Stevie Ray Vaughan and The Double Trouble, 1983 publicity photo by Don Hunstein

Un Vaughan, quella sera, che da circa tre anni e mezzo era riuscito ad uscire da un vortice di alcool e droga che lo stava per trascinare all’Inferno. Per sua stessa ammissione in un’intervista rilasciata al The Dallas Morning News nel Giugno precedente, non era mai stato felice come allora. 
Eppure a Robert Knight, celebre fotografo di icone della musica, Stevie avrebbe confessato che aveva la sensazione che non gli sarebbe rimasto molto da vivere. Robert era lì per realizzare un servizio fotografico per Fender, e Stevie gli aveva detto che aveva realizzato di doversi ripulire quando in Svizzera era stato preda di un attacco di overdose tanto acuta da essere ricoverato in ospedale. Ne era uscito per miracolo, tornando alla vita. Un lazzaro come tanti nella storia del rock, e come pochi altri ad essere sopravvissuto.
Tornando alla sera del 26 Agosto, dopo aver aperto per sir Clapton, Vaughan ritorna sul palco con lui per una jam session sulle note di Sweet Home Chicago assieme al fratello Jimmy, Buddy Guy e Robert Cray. 

“…Oh, baby, don’t you want to go
Oh, baby, don’t you want to go
back to the land of California
to mah sweet home Chicago…

R.Johnson

La canzone, l’ultima suonata mai suonata da SRV, porta con sé tutta la malinconia del blues. Chicago quella sera non è solo un richiamo, ma una destinazione da raggiungere. A portare i musicisti in Illinois sarebbero dovuti essere quattro elicotteri. 
Uno però, non atterrerà mai…

L’incidente

Il decollo dei musicisti e del personale è previsto dopo la mezzanotte, alle 00:40 AM. Stevie, sua moglie Connie ed il fratello Jimmy sono da programma sullo stesso volo, ma all’ultimo viene comunicato che l’elicottero a loro riservato è già occupato. Stevie però ha fretta di tornare, e sale solo lui insieme ai membri del team di Clapton. Con lui ci sono Colin Smythe, tour manager di Slowhand, l’agente Bobby Brooks e Nigel Bowne, addetto alla security.
Quella sera però c’è nebbia ad Alpine Valley. L’elicottero si alza in volo per poi sparire inghiottito dalla foschia. I resti del Bell 206B-3 operato dalla OmniFlight Helicopters che avrebbe dovuto portare Stevie a Chicago vennero ritrovati alle ore 7 del mattino seguente. 

Bell 206B-3 Jet Ranger III, Copyright: Elisabeth Klimesch

Le ricostruzioni effettuate dal National Transportation Safety Board, l’agenzia per le investigazioni sui disastri aerei, porteranno alla luce che tutti i passeggeri avevano le cinture allacciate al momento dell’impatto. Inoltre, la relazione di conclusione delle indagini approvata il 9 Novembre di due anni dopo rimuove ogni dubbio relativo a guasti di componenti come causa dell’incidente. La causa della tragedia invece è da riportarsi all’errore umano per mancanza di visibilità dovuta alla fitta nebbia di quella sera e alla mancanza della certificazione da parte del pilota per il volo strumentale su elicottero (IFR).

Tragedia e destino

Ad identificare il corpo saranno Clapton e il fratello di Vaughan, Jimmy, convocati il giorno seguente. La salma venne seppellita il 31 Agosto al Laurel Land Memorial Park di Dallas. Se ne andava così Stevie Ray Vaughan, un astro del blues. Come lui anche Buddy Holly e J.P Richardson alla fine degli anni 50’, altre icone della musica texana. Stessa sorte, diverso incidente aereo.

Un fatto orribile che sconvolse il mondo del rock cambiandone il corso per sempre. Fato sinistro, certo, e forse qualcosa di più per i più scaramantici. Si narra infatti che Stevie avesse confessato ai compagni di band il giorno prima di quel tragico incidente di aver fatto un incubo, in cui si era ritrovato al suo funerale con migliaia di persone piangenti. Retroscena che emergono da racconti e che entrano nella leggenda.
Forse, se qualcuno di quelli che aveva sentito il racconto del fenomeno di Austin quella sera gli avesse gridato “Maledizione Stevie, non salire su quel maledetto elicottero!”, il mondo della musica avrebbe continuato a ruotare attorno al suo asse.

Sì perché la scomparsa prematura di Stevie non può essere pensata solo sulla mancanza di ciò che sarebbe potuto essere sul palco negli anni a venire, ma anche e soprattutto per l’ispirazione che ha continuato a dare ai musicisti fino ad oggi.

Stevie Ray Vaughan statue in Austin, Texas. Credit: Katie Haugland Bowen
Stevie Ray Vaughan statue in Austin, Texas. Credit: Katie Haugland Bowen

Non è un caso che durante la Cerimonia di Induzione alla Rock ‘n Roll Hall of Fame di Stevie Ray Vaughan & The Double Troubles nel 2015 John Mayer abbia fatto da portavoce di un’intera generazione di nuovi chitarristi che hanno abbracciato il Blues ed il Rock grazie all’Uragano del Texas. 

“because I wanted to be Stevie and I still want to be Stevie. And if you ever pick up a guitar, is there anybody better to want to be than Stevie Ray Vaughan?”
J.C.Mayer

Per chi volesse capire in breve chi era Stevie Ray Vaughan e di cosa era capace, lascio link al sound check del 1986. Il suono della sua chitarra parla da sé.

Stevie Ray Vaughan, soundcheck 1986

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