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  • Maledizione Stevie Ray, non prendere quell’elicottero! L’ultima notte dell’uragano del Texas

    Maledizione Stevie Ray, non prendere quell’elicottero! L’ultima notte dell’uragano del Texas

    La storia del Rock è costellata da aneddoti assurdi. E la storia delle ultime ore di Stevie Ray Vaughan, noto agli addetti ai lavori come l’Uragano del Texas, è ai limiti del paranormale.

    Nebbia fitta  ad Alpine Valley

    Ci sono eventi che rimangono impressi nella memoria delle persone per una vita intera. Per le quarantamila persone che si sono ritrovate all’Alpine Valley Music Theater la notte del 26 Agosto 1990 per ascoltare il blues, quella sarà l’ultima occasione per sentire dal vivo una leggenda. A dominare il palco di Alpine Valley, Wisconsin, non è il main performer in programma, un chitarrista quarantacinquenne dal Surrey di nome Eric Clapton, ma un ragazzo di neanche 35 anni di Austin, Texas. Le iniziali del suo nome brillano sul battipenna della sua Fender Stratocaster: SRV. Acronimo di Stevie Ray Vaughan.

    Vaughan e i Double Trouble sono quasi alla fine del loro tour, omonimo dell’ultimo lavoro In Step. Ancora poche date, tra le quali Londra e Santa Fe, li separano dalla conclusione di un girovagare cominciato nel maggio dell’anno precedente. La loro è la seconda serata all’anfiteatro di East Troy; un tutto esaurito che consacra l’approdo di Stevie e soci ad eventi con pubblico ben più ampio dei locali ai quali erano da sempre abituati.  
    Per ammissione dello stesso Clapton ricordando quella sera, non ci sarebbe stato spazio per ulteriori miglioramenti al suono e alla performance di Stevie Ray Vaughan. Il blues texano dell’Uragano di Austin aveva raggiunto la forma espressiva perfetta.

    “There was nothing missing. There was no room for improvement.”
    E.Clapton

    Stevie Ray Vaughan and The Double Trouble, 1983 publicity photo by Don Hunstein
    Stevie Ray Vaughan and The Double Trouble, 1983 publicity photo by Don Hunstein

    Un Vaughan, quella sera, che da circa tre anni e mezzo era riuscito ad uscire da un vortice di alcool e droga che lo stava per trascinare all’Inferno. Per sua stessa ammissione in un’intervista rilasciata al The Dallas Morning News nel Giugno precedente, non era mai stato felice come allora. 
    Eppure a Robert Knight, celebre fotografo di icone della musica, Stevie avrebbe confessato che aveva la sensazione che non gli sarebbe rimasto molto da vivere. Robert era lì per realizzare un servizio fotografico per Fender, e Stevie gli aveva detto che aveva realizzato di doversi ripulire quando in Svizzera era stato preda di un attacco di overdose tanto acuta da essere ricoverato in ospedale. Ne era uscito per miracolo, tornando alla vita. Un lazzaro come tanti nella storia del rock, e come pochi altri ad essere sopravvissuto.
    Tornando alla sera del 26 Agosto, dopo aver aperto per sir Clapton, Vaughan ritorna sul palco con lui per una jam session sulle note di Sweet Home Chicago assieme al fratello Jimmy, Buddy Guy e Robert Cray. 

    “…Oh, baby, don’t you want to go
    Oh, baby, don’t you want to go
    back to the land of California
    to mah sweet home Chicago…
    “
    R.Johnson

    La canzone, l’ultima suonata mai suonata da SRV, porta con sé tutta la malinconia del blues. Chicago quella sera non è solo un richiamo, ma una destinazione da raggiungere. A portare i musicisti in Illinois sarebbero dovuti essere quattro elicotteri. 
    Uno però, non atterrerà mai…

    L’incidente

    Il decollo dei musicisti e del personale è previsto dopo la mezzanotte, alle 00:40 AM. Stevie, sua moglie Connie ed il fratello Jimmy sono da programma sullo stesso volo, ma all’ultimo viene comunicato che l’elicottero a loro riservato è già occupato. Stevie però ha fretta di tornare, e sale solo lui insieme ai membri del team di Clapton. Con lui ci sono Colin Smythe, tour manager di Slowhand, l’agente Bobby Brooks e Nigel Bowne, addetto alla security.
    Quella sera però c’è nebbia ad Alpine Valley. L’elicottero si alza in volo per poi sparire inghiottito dalla foschia. I resti del Bell 206B-3 operato dalla OmniFlight Helicopters che avrebbe dovuto portare Stevie a Chicago vennero ritrovati alle ore 7 del mattino seguente. 

    Bell 206B-3 Jet Ranger III, Copyright: Elisabeth Klimesch

    Le ricostruzioni effettuate dal National Transportation Safety Board, l’agenzia per le investigazioni sui disastri aerei, porteranno alla luce che tutti i passeggeri avevano le cinture allacciate al momento dell’impatto. Inoltre, la relazione di conclusione delle indagini approvata il 9 Novembre di due anni dopo rimuove ogni dubbio relativo a guasti di componenti come causa dell’incidente. La causa della tragedia invece è da riportarsi all’errore umano per mancanza di visibilità dovuta alla fitta nebbia di quella sera e alla mancanza della certificazione da parte del pilota per il volo strumentale su elicottero (IFR).

    Tragedia e destino

    Ad identificare il corpo saranno Clapton e il fratello di Vaughan, Jimmy, convocati il giorno seguente. La salma venne seppellita il 31 Agosto al Laurel Land Memorial Park di Dallas. Se ne andava così Stevie Ray Vaughan, un astro del blues. Come lui anche Buddy Holly e J.P Richardson alla fine degli anni 50’, altre icone della musica texana. Stessa sorte, diverso incidente aereo.

    Un fatto orribile che sconvolse il mondo del rock cambiandone il corso per sempre. Fato sinistro, certo, e forse qualcosa di più per i più scaramantici. Si narra infatti che Stevie avesse confessato ai compagni di band il giorno prima di quel tragico incidente di aver fatto un incubo, in cui si era ritrovato al suo funerale con migliaia di persone piangenti. Retroscena che emergono da racconti e che entrano nella leggenda.
    Forse, se qualcuno di quelli che aveva sentito il racconto del fenomeno di Austin quella sera gli avesse gridato “Maledizione Stevie, non salire su quel maledetto elicottero!”, il mondo della musica avrebbe continuato a ruotare attorno al suo asse.

    Sì perché la scomparsa prematura di Stevie non può essere pensata solo sulla mancanza di ciò che sarebbe potuto essere sul palco negli anni a venire, ma anche e soprattutto per l’ispirazione che ha continuato a dare ai musicisti fino ad oggi.

    Stevie Ray Vaughan statue in Austin, Texas. Credit: Katie Haugland Bowen
    Stevie Ray Vaughan statue in Austin, Texas. Credit: Katie Haugland Bowen

    Non è un caso che durante la Cerimonia di Induzione alla Rock ‘n Roll Hall of Fame di Stevie Ray Vaughan & The Double Troubles nel 2015 John Mayer abbia fatto da portavoce di un’intera generazione di nuovi chitarristi che hanno abbracciato il Blues ed il Rock grazie all’Uragano del Texas. 

    “because I wanted to be Stevie and I still want to be Stevie. And if you ever pick up a guitar, is there anybody better to want to be than Stevie Ray Vaughan?”
    J.C.Mayer

    Per chi volesse capire in breve chi era Stevie Ray Vaughan e di cosa era capace, lascio link al sound check del 1986. Il suono della sua chitarra parla da sé.

    Stevie Ray Vaughan, soundcheck 1986

  • Arriva From Zero. I Linkin Park ricablano il passato in un nuovo presente

    Arriva From Zero. I Linkin Park ricablano il passato in un nuovo presente

    Si stima che nel cervello umano ci siano circa centro trilioni di connessioni neurali. Si formano quando riceviamo nuove informazioni, e sedimentano nel tempo creando luoghi in cui ci rifugiamo in tempi nostalgici. A volte però, capita che le nostre sinapsi vadano ricablate, un po’ come per i cavi delle grosse rete di informazioni.

    Linkin Park, nuova formazione. Foto per press release del nuovo album From Zero
    Credit: James Minchin III (rights holder), CeriRoberts (Warner Records representative) – Image License

    È il caso dei nostri cassetti della memoria dedicati ai Linkin Park, band che ha portato il genere Nü Metal ad inizio anni 2000, che domani 15 Novembre tornano con il nuovo album From Zero. Prima incisione a sette anni dalla pubblicazione di One More Light, ultima fatica della band di Los Angeles con la voce di Chester Bennington. La tragica scomparsa del cantante ha lasciato un vuoto difficile da colmare per Mike Shinoda ed i suoi compagni, che si sono presi una lunga pausa. Ne è passato di tempo da allora, ma la nuova formazione è tornata in pista lo scorso 5 Settembre con un evento di 5 ore trasmesso in streaming dai Warner Bros. Studios di Burbank per presentare i nuovi membri. Alla voce Emily Armstrong, sconosciuta ai piu e militante nella rock band Dead Sara. Alla batteria Colin Brittain, che rimpiazza Rob Bourdon. Rimane il nucleo strumentale, con Shinoda che si conferma ancora una volta il cuore del gruppo, Brad Delson alla chitarra, Dave Farrell al basso e Joe Hahn al campionatore.

    All’origine del ritorno un confronto che Shinoda fa risalire a una mattina di fine estate di qualche anno fa, in cui riunitisi con Joe e gli altri membri superstiti della band hanno cominciato a domandarsi come sarebbe stato continuare a suonare anche senza approvazione da parte del pubblico. La risposta data da Joe a questo Can you Imagine arriva dai menbri del gruppo in un’intervista esclusiva rilasciata a Zane Lowe per Apple Music:

    I would still do it. 
    Lo farei comunque.

    Un album che strizza l’occhio ai fedeli alla fanbase del gruppo, alla disperata ricerca  un nuovo Hybrid Theory. Gia dai singoli rilasciati non mancano i pezzi con il rap di Shinoda ed i riff in accordatura Drop D caratteristici di LP. Di seguito la tracklist, per un totale di 11 brani:

    1.       From Zero (Intro): apre l’album con cori. Non un brano ma una registrazione in cui viene citato il significato del titolo From Zero:

    From Zero? Like… from nothing?…Oh wait, your first-

    Il taglio lascia intendere le origini legate al primissimo nome dei Linkin Park, ovvero Xero.

    2.       The Emptyness Machine fornisce la risposta ai dubbi sulla scelta di di sostituire Bennington con una voce femminile. Quando Armstrong attacca al secondo verso, le paure svaniscono e torniamo ad abbandonarci alle sonorità che cercavamo da Minutes to Midnight quando eravamo ragazzini. La sua voce sa spaziare dal dolce a quel graffiato necessario ad una band come LP. 

    3.       Cut the Bridge è un brano ritmato che ricorda molto Bleed it Out da M2M.

    4.       Heavy is the Crown è stata scelta come inno ufficiale per i mondiali di League of Legends 2024 non a caso, visto il suo carattere esuberante ed in linea con la competitività del gioco. Qui i ruoli storici vengono ristabiliti, con l’iconico rap di Shinoda e lo screaming lasciato ad Armstrong.

    5.       Over Each Other è la classica ballata melodica, con accordi decidi, con quel All we are is talkin’ con una modulazione della voce di Emily che dice tutto.

    6.       Casualty I won’t be your Casualty. Il resto è pura rabbia.

    7.       Overflow porta il sound su un piano onirico, con accordi sospesi ed un ritornello adatto ad un thriller psicologico

    8.    Two Faced parte a bomba con riff in palm muting che esplode in pieno stile Race Against The Machine.

    9.     Stained si torna ragazzini!

    10.   IGYEIH Linkin Park allo stato puro. A mani basse il brano più incisivo del record.

    11.   Good Things Go brano elettro-pop di chiusura, in cui Armstrong dimostra di poter raggiungere un’estensione vocale pazzesca prima di attaccare il ritornello

    Per tutti noi nostalgici alla ricerca di suoni heavy, non rimane che goderci questo nuovo album e rivivere un nuovo passato.

    Emanuele

  • Recensione Squier by FenderStratocaster: Un’Analisi Approfondita di un Classico Accessibile

    Recensione Squier by FenderStratocaster: Un’Analisi Approfondita di un Classico Accessibile

    Ci sono pezzi che scrivo per sfogo quando mi sento ispirato, altri per condividere quello che mi piace e che merita di essere raccontato. Questo pezzo ha un sapore diverso. Vuole essere un omaggio ad uno strumento che da 15 anni fa parte della mia vita e continua in maniera più o meno diretta ad influenzarla.
    Sto parlando della mia Stratocaster Squier by Fender.
    Lo so, forse alcuni di voi si staranno chiedendo il senso di scrivere di una chitarra entry level, dopotutto non stiamo mica parlando di una Custom Shop. Quindi la prima domanda da porsi è:

    Perché una Squier?

    Beh, prima di tutto Squier Stratocaster è stata la mia prima chitarra elettrica, e la seconda chitarra che abbia mai posseduto. Ha sancito il mio approdo al mondo dell’amplificazione sonora due anni dopo che ho preso in braccio la mia prima chitarra, una Yamaha acustica nel 2007. Ricordo ancora la sensazione al rientro dal negozio di strumenti musicali Merula nel possedere finalmente uno strumento rock!

    Ma non ero il solo…

    La Squier ha rappresentato per molti il primo passo nel mondo musicale. Nelle loro varie declinazioni, queste chitarre entry level e mid range rappresentano ancora oggi una soluzione per chi vuole avvicinarsi ad un’architettura Fender senza spendere cifre importanti. Un po’ come avviene per chi acquista Epiphone guardando sempre all’olimpo di Gibson, lo stesso si può dire di Squier per il mondo Fender. Dei tanti modelli prodotti dalla casa di Scottdale, Arizona, ce n’è uno che trasuda rock ‘n roll da ogni fibra dei suoi legni. 

    Se vi dico Hendrix, Blackmoore, Clapton e chi più ne ha più ne metta in lista, cosa vi viene in mente?

    Con il suo profilo che ricorda una fiamma, la Stratocaster è dalla metà degli anni ‘50 sinonimo di leggenda nel mondo musicale. I tre pickups ed il selettore a 5 posizioni offrono un ventaglio di cromie sonore che permettono di spaziale dal blue al metal più pesante. Oggetto di desiderio da parte di molti, ha trovato il suo ingresso nel mercato delle chitarre affordable tramite Squier, diventata parte del gruppo fender alla fine degli anni sessanta.

    Veniamo quindi a questa Stratocaster Standard, che ho scoperto solo recentemente essere stata prodotta due anni prima dell’acquisto.
    Spulciando sul web infatti è possibile tracciare l’anno e il luogo di produzione di qualsiasi Squier a partire dal seriale riportato dietro la paletta. Secondo il sito squierwiki.com, il codice alfanumerico del serial number indica che questa Stratocaster è stata assemblata in Indonesia nel 2007. 
    I primi due caratteri indicano il luogo e lo stabilimento di provenienza. I sta per Indonesia, C per Cor-Tek (Cort). La Cort Guitars è un’azienda coreana con sede a Seoul che produce strumenti musicali per altre marche sotto licenza. Aperto nel 1995, lo stabilimento della P.T Cort conta più di 2000 dipendenti con un volume di produzione di unità che supera il milione per anno.

    Entriamo quindi nei dettagli di questa perla direttamente dal Mar di Giava.

    Il Body

    Il corpo è in Agathis, un legno morbido e usato in Indonesia per la produzione di strumenti di entry-level. Ora, questo materiale si è trovato al centro di discussioni riguardo la sua natura e qualità. Considerato il fratello povero del Mogano, gli viene imputata una conseguente mancanza di sustain per gli strumenti che lo utilizzano. Questo certamente ha un fondo di verità, se si pensa al fatto che un legno morbido rispetto ad uno duro e denso assorbe le vibrazioni sottraendole alle corde. La finitura è la cosiddetta Antique Burst, con un color grading che vira dal nero ai bordi al rosso scuro verso il centro del corpo.

    Il ponte con Tremolo Sincronizzato a 2-punti permette l’inserimento della leva tramite avvitamento nella filettatura predisposta. Sarà che non ho mai approfondito il suo utilizzo, o che il tremolo mi fa troppo effetto Gilmour con smorfia, ma non l’ho mai sfruttato a dovere. Per mio stile anche sulla Fender Stratocaster Deluxe quando voglio dare un effetto tremolo sugli open chords non mi affido alla leva ma alla uso dell parte esterna del palmo.

    Il Manico

    Il manico ha un profilo a “C” ed è in acero come la tastiera di 22 tasti taglia medium-jumbo. Ecco, il manico è forse l’elemento costruttivo di questo strumento che più ho imparato ad amare negli anni, proprio perché con il tempo è migliorato. L’attacco delle corde inziale era più alto di quello attuale c’è da dire, ed il lavoro di liuteria ha ridotto abbastanza questa distanza. Al tatto, il manico della Squier nuova era costituito da molte venature e micro pori che rendevano il manico tutto fuorché veloce. Questo limite si supera a mio avviso solo con l’utilizzo nel tempo: una volta levigata dalle dita la tastiera permetterà una migliore presa e regalando molte emozioni.

    La paletta in stile ’60 presenta il logo Squier con la decalcomania STRATOCASTER grande e ricurva, mentre nello sbuffo è indicata la serie. Per risolvere inoltre il ronzio delle corde in posizione aperta, è stato aggiunto un ulteriore string tree a quello in dotazione.

    Devo dire che le meccaniche mi hanno sempre stupito. Pressofuse, mantengono l’accordatura di questo strumento in maniera più che dignitosa, ma non sono in grado ad oggi di dire se sono stato fortunato io a trovare una chitarra ben stabilizzata tra le tante di produzione.

    I Pickups

    E veniamo ai trasduttori, che possiamo considerare come le corde vocali della chitarra. Questa stratocaster in configurazione SSS possiede 3 pickups Single Coil con magnete in alnico. Ad alti valori di gain sono molto rumorosi, ma quando si è in clean risultano forniscono quel suono ciccione pur non essendo ceramici. Per aumentare la performance in overdrive e distorsione, una buona opzione potrebbe essere quella di sostituire al ponte il single coil con un humbucker, ma anche lì dipende dallo stile musicale che più sentite vostro.

    Il selettore è quello che possiamo trovare sulle Stratocaster tradizionali: 5 posizioni, ognuna che attiva una combinazione differente di pickup come da tabella che riporto sotto. La manopola del master volume e le due dei toni accompagnano la parte inferiore del battipenna tartarugato a 4 strati offrendo le variazioni di sonorità essenziali e senza pretese per un chitarrista che vive la musica.

    Squier: una buona scelta per iniziare?

    In definitva, sappiamo con certezza che costruttiva degli strumenti di fascia medio-bassa si è alzata e di parecchio negli ultimi anni. Ad oggi, da chitarrista amatore, posso affermare che le strumenti come le Squier Affinity e Deluxe sono un’ottima scelta per iniziare ad approcciarsi al mondo della chitarra elettrica. Con poco più di 200 euro vi portate a casa uno strumento versatile, e potrete sempre effettuare le opportune regolazioni per adattare la configurazione al vostro modo di suonare la chitarra. Da notare che ho volutamente tralasciato le Bullet perché sebbene siano le entry level di casa Squier, rischiano di sacrificare troppo prezzo a discapito della qualità globale del prodotto. Per chi volesse invece spingersi nella fascia più alta senza oltrepassare la frontiera Fender, vi rimando a questo link per una recensione completa delle Classic Vibe.

  • Tutte le carte di Apple Music: da Zane Lowe alla qualità Lossless

    Tutte le carte di Apple Music: da Zane Lowe alla qualità Lossless

    Fine Giugno 2015. Apple annuncia la nascita di Apple Beats1 come parte integrante del suo servizio Apple Music mandando in onda un adv dal nome “Always On”. Uno statement di libertà di espressione, sulle note di Freedom di Pharrell Williams. This is Zane Lowe on Beats1 attacca il DJ e curatore scelto dalla casa di Cupertino Zane Lowe per tirare le fila del neonato prodotto. Il rimanente minuto è un susseguirsi di scene girate come solo i creativi della mela sanno fare, con spaccati di vita in cui i protagonisti sono solo l’uomo e la musica. Ricordo bene quando mi connessi alla stazione radio nel giorno di lancio; sono subito entrato in un vortice di suoni, conversazioni e ottima cultura musicale. Prima canzone che correva in radio quando mi sono sintonizzato? Lost Ones, dall’album The Miseducation of Lauryn Hill. Ero talmente in hype che ho voluto condividere il mio entusiasmo sul mio account Twitter

    Ne sono successe di cose da allora; l’azienda diretta da Tim Cook sembra aver definitivamente abbandonato l’iPod in favore del melafonino e ha dato nuovo volto a Beats1 rinominandola lo scorso anno Apple Music 1. Programmi radio, backstage, interviste: la quantità e soprattutto la qualità dei contenuti mantiene le aspettative e addirittura le supera. Un esempio su tutti le serie di interviste del The Zane Lowe Interview Series che rivelano gli antri più intimi degli artisti in salotto o connessi grazie all’empatia dell’host Neozelandese. Foo Fighters, Bruce Springsteen, Shawn Mendes; retroscena ma soprattutto toccanti confessioni. E se la musica è emozione, in questo medium-lenght format fa da cornice ad un’esplorazione dei testi, delle ritmiche e delle intonazioni di chi le crea. Il New York Times lo definisce il terapista non ufficiale del Pop, e basta avviare la puntata in un in macchina verso casa o seduti sul divano del vostro per ritrovarvi in una sessione di psicoanalisi con lui. Merito della capacità di Lowe di muoversi fra i temi in maniera coerente ma anche di giocare con i silenzi ed il ritmo di voce. Un consiglio. Scaricate iTunes dal vostro PC o entrate nell’app Podcast da un qualsiasi dispositivo Apple e dedicatevi del tempo per ascoltare queste storie. Parole pronunciate da gente famosa, ma che potrebbero rivelarsi inaspettatamente vostre.

    E per il servizio di musica streaming? Puro godimento con la Lossless Quality in formato ALAC per tutta la sua libreria (ormai a 70 milioni di canzoni) e lo Spatial Audio per un numero di brani destinato a crescere. Vi lascio immaginare il lancio di un iPod per il ventennale dall’uscita, che ricorre quest’anno, con tutte le potenzialità offerte agli audiofili dalla piattaforma californiana e perché no, magari con il vostro paio di Airpods Pro. Un sogno? Attendiamo il prossimo Apple Event per scoprirlo. Ma cosa contraddistingue davvero Apple Music da qualsiasi altro competitor? In fondo non é differente da Spotify o Amazon Music. O forse sì, è la risposta la so ritrova nel nome stesso. Per un artista o performer promuovere il suo album su questa piattaforma vuol dire poter sfruttare un canale don un alto tasso d’influenza su utenti da tutto il mondo, che condividono il cuore dell’ideologia ereditata da Jobs. Un attenzione ai dettagli, a cosa si prova quando di crea, quando si produce un progetto sia esso musicale o di altro tipo.

  • SocialMusic: la Musica al tempo dei #Reels

    SocialMusic: la Musica al tempo dei #Reels

    Oggi mi sento ispirato: imbraccio la chitarra elettrica, connetto la cavetteria accendo l’ampli. Navigo su GuitarTab e cerco quel brano che ho in testa da giorni, con quel riff graffiante che non vedo l’ora di padroneggiare. E così, prova e riprova, arrivo ad una performance soddisfacente. Poi mi dico sai che c’è? Se lo condividessi con i miei followers potrei mostrare quello che so fare, comunicare un’emozione. Apro Instagram, sistemo l’iPhone in un angolo della stanza e mi riprendo mentre suono la parte clue di tutto il brano. Quando ritengo che la registrazione sia buona stacco, condisco il Reel con la giusta dose di #Hashtags e lascio che l’algoritmo faccia tutto il resto. Abbastanza semplice e appagante.

    Nel frattempo, dietro le quinte, Zuckerberg ha captato i miei gusti, ed ecco che scorrendo la sezione Esplora di Instagram vengo bombardato di video sotto il minuto di durata caricati da ragazzi della Generazione Z. Cover di brani Neosoul, Bieber, Billie Eilish. Giovani musicisti che, chi per passione chi per sogno, cercano di uscire dalle loro stanze per far arrivare il loro sound sempre più lontano. Un po’ come dei radioamatori, esploratori non canali in frequenza ma di social apps. Capisco di non essere solo a giocare questo gioco, ma parte di una community di utenti che condividono la passione per la musica suonata e per la chitarra. Ma stiamo davvero facendo musica? In fondo sono suoni distillati, frutto di una visione finalizzata a quella manciata di secondi. #TikTokers e #Istagrammers lo sanno bene: video lunghi restringono l’audience e diminuiscono le visualizzazioni. YouTube ha lanciato in beta version i suoi #Shorts per allinearsi alle altre piattaforme, vorrà pur dire qualcosa.

    Non mi dilungherò su tutti quegli aspetti legati all’efficacia del contenuto pubblicato in termini di numeri. Siamo sempre a caccia di like e altre forme di reaction. Brevi rilasci di endorfine che finiscono per condizionare il nostro modo di scrivere e creare contenuti da proporre al proprio pubblico. Sto parlando del motivo che ci spinge a fare zapping su Spotify ed Apple Music alla ricerca di quella porzione di brano con la base giusta per metterci sopra del nostro. Tutta estetica, poca sostanza direbbe qualcuno. Ma ogni tape è diverso, un po’ come entrare in biblioteca per spulciare i libri tra gli scaffali. Non è il solito modo di suonare, non si esegue più un brano per intero ma qualche fraseggio. Questo zapping musicale, se affrontato con il giusto metodo, non può far altro che elasticizzare i muscoli della nostra mente, atrofizzati spesso dall’ascolto ossessivo dei nostri pezzi preferiti. Aspetto negativo? Mancanza del complesso live. La componente relazionale è limitata all’interazione post produzione e anche volendo i ritardi di connessione non lo permettono ad oggi; ma i Duetto di TikTok cercano di porre rimedio anche a questo.

    Difficile cercare di comprendere, il cambiamento sta già avvenendo ed accelera di Mb/s ad ogni istante. Reputo che dobbiamo semplicemente accettare che nel 2021 si stia esplorando un nuovo modo di far passare un messaggio che possa superare virtualmente gli isolamenti generati dalla pandemia COVID-19. La scelta di abbracciare questo cambiamento o di deprecarlo è nostra, ma poco influente. Saranno sempre un gruppo di ragazzi del Berklee College of Music classe 2025, con le loro cover ed il loro stile, a dettare quello che ascolteranno i nostri figli e nipoti un domani.

    Aggiorniamoci.