Delle infinite forme in cui la realtà può manifestarsi, siamo inesorabilmente chiamati a confrontarci con il nostro unico presente possibile. E per fortuna, la manifestazione della maestria di John Mayer lo scorso 24 Marzo sera all’Accor Arena di Parigi segna il raggiungimento di un nuovo stato potenziale nel panorama musicale europeo.
2 ore e 12 minuti di puro virtuosismo, con una sequenza di brani intervallati da spezzoni di interviste dei momenti più salienti della sua carriera.
Già dall’apertura porte l’atmosfera dell’arena comincia a scaldarsi, con i fan in fila per accaparrarsi il merchandising di questo Solo Tour 2024 che vede coinvolte alcune delle principali città europee.
L’arena
Per molti che vengono dall’Italia, la corsa nell’accaparrarsi i biglietti di una delle tappe del tour è stata Parigi. L’Accor Arena è stata selezionata come spazio artistico per ospitare il sold out. Situato nel quartiere parigino di Bercy, lo stadio al chiuso è facilmente raggiungibile con la Rer B e la Metro 6 da Charles de Gaulle. Un’ottima occasione per chi come noi ha fatto toccata e fuga o per chiunque voglia allungare la propria permanenza per godere delle bellezze offerte dalla capitale Francese.

Il concerto
Apre il concerto Madison Cunningham, che per circa 40 minuti prepara il pubblico all’acustica dell’arena. L’artista si esibisce in alcuni dei suoi brani dalle melodie molto articolate e progressioni di arpeggi pindariche. Nello stadio è ancora un via vai di gente che entra ed esce, mentre i settori si riempiono sempre più.
Sono le 20:40 quando il tempo si ferma. Il buio cade sull’arena, ed è subito il caos con acclamazioni ed urla di invocazione. Qualcuno intravede Mayer salire sul palco nella penombra, ed è subito il boato quando lo slide dal FA# al SOL# sulla quinta corda annuncia Slow Dancing in a Burning Room. Dalle prime strofe del brano arriva la maestria di John, come un’onda d’urto. È come trovarsi ad ascoltarlo comodamente dal divano del proprio salotto per quanto è realistico. Il timbro della voce rende i momenti difficili dopo il granuloma solo un lontano ricordo, risultando corposa e in tono. Il loop con l’assolo acustico fa comprendere l’essenza di questo Solo Tour: un momento per scoprire le canzoni dell’artista di Bridgeport in chiave acustica.
Il primo batch di canzoni trasporta l’ascoltatore in un turbinio di emozioni. Con Shot in the Dark dall’ultimo album Sob Rock ci si rende conto della capacità di Mayer nel donare ai suoi arrangiamenti lo stesso volume di una versione incisa in studio.
Emoji of a Wave cala temporaneamente un velo nostalgico sulle tribune, per poi far spazio al riff country di Queen of California, suonato con la bellissima Martin “limited in time” JCM edition del 2023. Godere di certe sonorità ammirando gli intarsi in madreperla che incorniciano il body sunburst grey del top di questo strumento è pura estasi.
Se i fan a questo punto sono al settimo cielo, Neon consacra l’ingresso a nuove, più alte sfere. Il riff con fingerpicking misto allo slapping sulle basse corde è tra i più difficili da suonare ed oggetto di studio da parte di ambiziosi chitarristi, professionisti e non. Ma quando John decide di raddoppiarne la velocità per puro divertimento, cominciano a sentirsi risate (ero uno di quelli, lo ammetto) di persone in preda all’estasi.
Who Says riporta ai giorni newyorkesi del percorso artistico , e chiudendo gli occhi vedo gli alberi ed i grattacieli che circondano Bryant Park.
Waiting on the Day racchiude più che un semplice brano. Il suo testo esprime la speranza per un futuro di completezza accanto a chi si ama, ed l’accordo di SI minore all’inizio del ritornello fa vibrare le corde del cuori dello stadio all’unisono.
Something like Olivia ha un tono scherzoso e leggero ma con un ritmo da passeggiata che entra in testa e continua a rimbalzarci.
La seconda batteria di canzoni si chiude con il riff in open strings di In your Atmosphere; a questo punto che le pareti dell’arena sembrano restringersi, per riportare l’ascoltatore in una dimensione intima e confidenziale con l’artista.

You’re Gonna Live Forever in Me e Changing vedono Mayer alle prese con un pianoforte a coda Yamaha. Su quest’ultimo vediamo la poliedricità di Mayer nel mettere in loop gli accordi al piano e sbizzarrirsi in un lead solo con in braccio sua PRS Silver Sky. le Entrambi i brani sono dell’album The Search for Everything, pubblicato nel 2017.
Stop this Train e le sue ghost notes imprimono il ritmo lento ed incessante di un treno sulle rotaie della nostra anima. The Age of Worry, per stessa ammissione dell’artista, è un elenco di insegnamenti da portarsi dietro; certamente uno dei testi più belli che abbia scritto e parte della sua opera massima Born & Raised, edita nel 2012.
No Such Thing, Why Georgia e Your Body is a Wonderland (alla quale Mayer si riferisce con l’epiteto di Goofy Friend) passano in fretta. Tra i più famosi e popolari brani di Mayer, vengono definiti dall’artista come canzoni di un periodo musicale ancora acerbo. Difficile da credere, considerando la continua evoluzione delle sue sonorità e gli improvements della sua tecnica negli anni.
È finalmente il turno di Walt Grace’s Submarine Test 1967, che Mayer suona con una chitarra con corpo in metallo dal suono squillante. Un brano costruito la cui definizione corretta è handcrafted. Con la pazienza di un orologiaio, Mayer assembla con cura gli ingranaggi melodici ed armonici di questo pezzo dal profondo significato.
Chiude la trackset Edge of Desire dall’album Battle Studies , suonata con una Martin double Neck che ha debuttato al NAMM nel 2010. Uno strumento più unico che raro, che incorpora in un unico body le potenzialità di una 6-string e di una 12-string. L’interludio strumentale con effetto stroboscopico intrappola l’arena in un gioco ipnotico senza possibilità di scampo.
Mayer esce dal palco dopo aver salutato l’arena, ma chi ha vissuto qualche concerto sa benissimo che c’è una formalismo, noto come encore, che ogni artista deve al suo pubblico. Qualche minuto di applausi e rieccolo quindi rientrare, ma con una sorpresa. I tre schermi che proiettano la sua immagine sul palco lo ritraggono con in braccio niente di meno che la sua fedele Fender Stratocaster Black 1. Un corpo consumato dal tempo, che ha consacrato Mayer nell’Olimpo dei guitar heroes, ma che ha ancora voglia di far sognare.
Parte Gravity, e si ha la certezza di aver raccolto in due ore il meglio della produzione ventennale di Mayer. Il suo riff, gli arpeggi gentili che si alternano con richiami di lead, ribadiscono ancora la natura Fenderiana dell’artista, nonostante il sodalizio con PRS dal 2018.
Chiude la cover di Tom Petty Free Fallin’, un brano che Mayer ha reso immortale esibendolo in una delle più belle produzioni live mai incise, il Live at Nokia Theatre a Los Angeles, California, nel 2007.
“My name is John, I love you Paris”
Con queste parole Mayer lascia lo stage, salutando ancora una volta un pubblico accorso da tutta Europa per quella serata speciale. Le luci si riaccendono e l’intera Arena si risveglia. Eppure, si ha quella strana sensazione come quando si torna da un viaggio, che modifica per sempre il proprio percorso e non rende più gli stessi.
E adesso?
Nella prima parte del suo Solo Tour per le città americane Mayer si esibito con alcuni di nuova fattura e ancora. Drifting, In the Neighborood e Why Anyone Has to Go sono solo alcune delle candidate future incisioni rilasciate live in distillazione. Per averne la certezza, dovremo aspettare la pubblicazione del prossimo progetto dell’artista Americano, il primo dopo lo scioglimento nel 2022 dalla sua storica etichetta Columbia Records.
Fino ad allora, continueremo ad essere testimoni della sua musica.