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  • Recensione Squier by FenderStratocaster: Un’Analisi Approfondita di un Classico Accessibile

    Recensione Squier by FenderStratocaster: Un’Analisi Approfondita di un Classico Accessibile

    Ci sono pezzi che scrivo per sfogo quando mi sento ispirato, altri per condividere quello che mi piace e che merita di essere raccontato. Questo pezzo ha un sapore diverso. Vuole essere un omaggio ad uno strumento che da 15 anni fa parte della mia vita e continua in maniera più o meno diretta ad influenzarla.
    Sto parlando della mia Stratocaster Squier by Fender.
    Lo so, forse alcuni di voi si staranno chiedendo il senso di scrivere di una chitarra entry level, dopotutto non stiamo mica parlando di una Custom Shop. Quindi la prima domanda da porsi è:

    Perché una Squier?

    Beh, prima di tutto Squier Stratocaster è stata la mia prima chitarra elettrica, e la seconda chitarra che abbia mai posseduto. Ha sancito il mio approdo al mondo dell’amplificazione sonora due anni dopo che ho preso in braccio la mia prima chitarra, una Yamaha acustica nel 2007. Ricordo ancora la sensazione al rientro dal negozio di strumenti musicali Merula nel possedere finalmente uno strumento rock!

    Ma non ero il solo…

    La Squier ha rappresentato per molti il primo passo nel mondo musicale. Nelle loro varie declinazioni, queste chitarre entry level e mid range rappresentano ancora oggi una soluzione per chi vuole avvicinarsi ad un’architettura Fender senza spendere cifre importanti. Un po’ come avviene per chi acquista Epiphone guardando sempre all’olimpo di Gibson, lo stesso si può dire di Squier per il mondo Fender. Dei tanti modelli prodotti dalla casa di Scottdale, Arizona, ce n’è uno che trasuda rock ‘n roll da ogni fibra dei suoi legni. 

    Se vi dico Hendrix, Blackmoore, Clapton e chi più ne ha più ne metta in lista, cosa vi viene in mente?

    Con il suo profilo che ricorda una fiamma, la Stratocaster è dalla metà degli anni ‘50 sinonimo di leggenda nel mondo musicale. I tre pickups ed il selettore a 5 posizioni offrono un ventaglio di cromie sonore che permettono di spaziale dal blue al metal più pesante. Oggetto di desiderio da parte di molti, ha trovato il suo ingresso nel mercato delle chitarre affordable tramite Squier, diventata parte del gruppo fender alla fine degli anni sessanta.

    Veniamo quindi a questa Stratocaster Standard, che ho scoperto solo recentemente essere stata prodotta due anni prima dell’acquisto.
    Spulciando sul web infatti è possibile tracciare l’anno e il luogo di produzione di qualsiasi Squier a partire dal seriale riportato dietro la paletta. Secondo il sito squierwiki.com, il codice alfanumerico del serial number indica che questa Stratocaster è stata assemblata in Indonesia nel 2007. 
    I primi due caratteri indicano il luogo e lo stabilimento di provenienza. I sta per Indonesia, C per Cor-Tek (Cort). La Cort Guitars è un’azienda coreana con sede a Seoul che produce strumenti musicali per altre marche sotto licenza. Aperto nel 1995, lo stabilimento della P.T Cort conta più di 2000 dipendenti con un volume di produzione di unità che supera il milione per anno.

    Entriamo quindi nei dettagli di questa perla direttamente dal Mar di Giava.

    Il Body

    Il corpo è in Agathis, un legno morbido e usato in Indonesia per la produzione di strumenti di entry-level. Ora, questo materiale si è trovato al centro di discussioni riguardo la sua natura e qualità. Considerato il fratello povero del Mogano, gli viene imputata una conseguente mancanza di sustain per gli strumenti che lo utilizzano. Questo certamente ha un fondo di verità, se si pensa al fatto che un legno morbido rispetto ad uno duro e denso assorbe le vibrazioni sottraendole alle corde. La finitura è la cosiddetta Antique Burst, con un color grading che vira dal nero ai bordi al rosso scuro verso il centro del corpo.

    Il ponte con Tremolo Sincronizzato a 2-punti permette l’inserimento della leva tramite avvitamento nella filettatura predisposta. Sarà che non ho mai approfondito il suo utilizzo, o che il tremolo mi fa troppo effetto Gilmour con smorfia, ma non l’ho mai sfruttato a dovere. Per mio stile anche sulla Fender Stratocaster Deluxe quando voglio dare un effetto tremolo sugli open chords non mi affido alla leva ma alla uso dell parte esterna del palmo.

    Il Manico

    Il manico ha un profilo a “C” ed è in acero come la tastiera di 22 tasti taglia medium-jumbo. Ecco, il manico è forse l’elemento costruttivo di questo strumento che più ho imparato ad amare negli anni, proprio perché con il tempo è migliorato. L’attacco delle corde inziale era più alto di quello attuale c’è da dire, ed il lavoro di liuteria ha ridotto abbastanza questa distanza. Al tatto, il manico della Squier nuova era costituito da molte venature e micro pori che rendevano il manico tutto fuorché veloce. Questo limite si supera a mio avviso solo con l’utilizzo nel tempo: una volta levigata dalle dita la tastiera permetterà una migliore presa e regalando molte emozioni.

    La paletta in stile ’60 presenta il logo Squier con la decalcomania STRATOCASTER grande e ricurva, mentre nello sbuffo è indicata la serie. Per risolvere inoltre il ronzio delle corde in posizione aperta, è stato aggiunto un ulteriore string tree a quello in dotazione.

    Devo dire che le meccaniche mi hanno sempre stupito. Pressofuse, mantengono l’accordatura di questo strumento in maniera più che dignitosa, ma non sono in grado ad oggi di dire se sono stato fortunato io a trovare una chitarra ben stabilizzata tra le tante di produzione.

    I Pickups

    E veniamo ai trasduttori, che possiamo considerare come le corde vocali della chitarra. Questa stratocaster in configurazione SSS possiede 3 pickups Single Coil con magnete in alnico. Ad alti valori di gain sono molto rumorosi, ma quando si è in clean risultano forniscono quel suono ciccione pur non essendo ceramici. Per aumentare la performance in overdrive e distorsione, una buona opzione potrebbe essere quella di sostituire al ponte il single coil con un humbucker, ma anche lì dipende dallo stile musicale che più sentite vostro.

    Il selettore è quello che possiamo trovare sulle Stratocaster tradizionali: 5 posizioni, ognuna che attiva una combinazione differente di pickup come da tabella che riporto sotto. La manopola del master volume e le due dei toni accompagnano la parte inferiore del battipenna tartarugato a 4 strati offrendo le variazioni di sonorità essenziali e senza pretese per un chitarrista che vive la musica.

    Squier: una buona scelta per iniziare?

    In definitva, sappiamo con certezza che costruttiva degli strumenti di fascia medio-bassa si è alzata e di parecchio negli ultimi anni. Ad oggi, da chitarrista amatore, posso affermare che le strumenti come le Squier Affinity e Deluxe sono un’ottima scelta per iniziare ad approcciarsi al mondo della chitarra elettrica. Con poco più di 200 euro vi portate a casa uno strumento versatile, e potrete sempre effettuare le opportune regolazioni per adattare la configurazione al vostro modo di suonare la chitarra. Da notare che ho volutamente tralasciato le Bullet perché sebbene siano le entry level di casa Squier, rischiano di sacrificare troppo prezzo a discapito della qualità globale del prodotto. Per chi volesse invece spingersi nella fascia più alta senza oltrepassare la frontiera Fender, vi rimando a questo link per una recensione completa delle Classic Vibe.

  • Canon 50mm f/1.8 STM – Opinioni su una Lente Essenziale

    Canon 50mm f/1.8 STM – Opinioni su una Lente Essenziale

    Oggi voglio parlarvi di una lente che mi ha conquistato, e non solo per il suo prezzo. Parliamo del Canon 50mm f/1.8 STM, alias Ninty Fifty. 

    In ogni disciplina o arte, lo sappiamo, esistono strumenti che vengono considerati dalla community all’unanimità come dei must have. Non è detto che debbano costare un occhio della testa, e costituiscono punto di riferimento per quella disciplina. È il caso di questa ottica fissa, ormai in commercio. Questa prime lens a focale fissa è essenziale per fotografi amatori e non. Ho testato quest’ottica abbastanza a fondo, cogliendone le sfumature e cercando di comprendere il feeling che la lente trasmette scatto dopo scatto. Per tutti i dettagli su questa lente, vi rimando alla seguente pagina di Juzaphoto, dove potrete trovare tutti i dettagli tecnici.

    Va detto che rispetto al fratello maggiore f/1.4 USM e al cugino laureato con lode f/1.2 USM di serie L lascia entrare meno luce durante la posa a parità di parametri di scatto, ma il prezzo rende questa lente entry level perfetta per gli appassionati di fotografia. Con qualche pecca, ma ci arriviamo.
    Anticipo che montando quest’ottica sulla mia EOS 80D DSLR con formato sensore APS-C, ho ottenuto scatti con una lunghezza focale equivalente di 80mm. Il mio consiglio è quindi di prendere gli scatti come pieno riferimento se andrete a montare la lente sulla vostra macchina con lo stesso formato di sensore della mia. Se invece il vostro intento è di montarla su una full frame, otterrete scatti a 50 millimetri puri.

    Il piacere dell’esplorare

    Partiamo con ordine. Non possedendo un’ottica fissa, ho da subito potuto notare un cambio nel modo di fare fotografia. Intendiamoci, adoro la libertà che mi regala il 18-135mm f/3.5-5.6 IS USM, ma con il Ninty Fifty qui mi sono trovato a dover cambiare la concezione di scatto. Se ruotando la ghiera dello zoom riesco ad avvicinarmi al soggetto con il minimo sforzo, adattando l’inquadratura con la semplice rotazione della mano, con questa prime lens il mio corredo fotografico viene a perdere la capacità di ingrandimento. Al contrario, mi sono ritrovato a muovermi nell’ambiente circostante, riscoprendo il piacere (e perché no, le sfide) di spostarsi per cercare la composizione più adatta. Esplorare nuovi punti di vista fornisce un nuovo stimolo creativo, forzandomi ad uscire dalla comfort zone.

    Parola d’ordine: Leggerezza

    Il peso e gli ingrombi di questo obiettivo sono i suoi punti di forza. La lente pesa 159gr, e quando me la porto dietro sento una bella differenza rispetto al tuttofare 18-105mm da quasi mezzo chilo. Non c’è da dirvi che la mia schiena ha ringraziato. Inoltre, le sue dimensioni contenute (69x39mm) la rendono la lente perfetta da portare in viaggio. Considerazione a parte merita la sensazione al tatto che regala quest’ottica. Il materiale plastico non soddisfa l’occhio, tenendo ben lontani i look professionali delle lenti di casa Canon delle fasce alte. Tuttavia, per una lente dai volumi così ridotti il grip non deve essere garantito da materiali particolari, in quanto buona parte dell’impugnatura si scarica sul corpo macchina e non sull’obiettivo.

    Mano ferma 

    Parliamo di una tecnologia che tutte le lenti oltre una certa lunghezza focale dovrebbero possedere: la stabilizzazione. Questa lente non presenta compensazione di movimento dell’inquadratura, e quindi tanti saluti agli scatti stabili senza troppi sforzi. Mi sono dovuto armare di buona pazienza e ho lavorato sulla posizione delle braccia per ottenere pose ferme. In questo, come avrete già capito, la leggerezza del materiale plastico che compone la lente aiuta. Inoltre, più si scatta con quest’ottica più si presta attenzione al tempo di scatto da usare nelle varie condizioni per eliminare il micromosso. 

    Nitido si, ma con compromessi

    Se avete già sentito parlare di quest’ottica, allora quasi sicuramente sarete incappati nel termine fast lens. Il termine “lente veloce” viene usato per quelle ottiche con un’apertura massima tale da permettere di catturare una quantità di luce tale da poter andare ad accorciare i tempi di esposizione per ottenere foto nitide. Occhio però alla massima apertura: per valori al di sotto di f/1.8 l’aberrazione cromatica si fa sentire, e lo sfocato si avverte nelle aree periferiche dell’immagine. Dopo averci giocato un po’ ho realizzato che per ottenere un dettaglio abbastanza uniforme vi dovrete spostare su valori di f/2.8 o maggiori.

    Che ci crediate o no, questa lente mi ha messo una voglia matta di cimentarmi nella ritrattistica. Così ho speso qualche istante del viaggio in Sicilia con mia moglie per sfruttare i dolci riflessi naturali dell’agrigentino al tramonto. I volti sono pieni di dettaglio donando una tridimensionalità emozionale alle pose che mi ha davvero soddisfatto.

    Bokeh garantito

    Le foto nitide ci fanno perdere alla ricerca dei dettagli, ma i bokeh regalano un’aura onirica alla composizione. Personalmente adoro quegli scatti in cui viene messo a fuoco un piano distante e davanti viene interposto un elemento naturale sfocato, come se l’osservatore fosse nascosto e osservasse in completa solitudine quel che gli si mostra davanti. Questa lente entry level si dimostra ottima anche a questo scopo: i contorni delle aree out of focus risultano molto morbidi grazie al diaframma a 7 lamelle. 

    Messa a fuoco non sempre ottima

    Così come non si può parlare di una macchina senza trattarne il motore, lo stesso vale per il sistema di messa a fuoco per le lenti fotografiche. Abituato al meccanismo USM, il motorino di messa a fuoco del Ninty-Fifty mi è da subito sembrato rumoroso, specialmente durante i continui aggiustamenti comandati dalla modalità AF+tracking. La condizione peggiore però si ottiene in condizioni di scarsa luminosità. Il motore passo-passo entra in una condizione di loop dal quale fa difficoltà ad uscire. Il risultato è un continuo rimbalzare fra piani adiacenti di messa a fuoco, costringendomi più di una volta a passare in modalità manual focus per raggiungere il soggetto.

    Ninti-Fifty: Ne vale la pena?

    Inutile girarci intorno. La luminosità del 50mm f/1.8 STM rende questa lente Canon un must have per chiunque voglia divertirsi a fotografare. Per chi di voi si sia addentrato nel mondo della fotografia con le mirrorless, faccio presente che dal 2020 questa lente è stata riproposta ad un prezzo leggermente superiore anche per la famiglia RF. Personalmente, avrei preferito trovare in confezione il suo paraluce abbinato, ma per quel prezzo non possiamo chiedere miracoli.

    Sicuramente continuerò a scattare con il cinquantino, anche perché non l’ho ancora messo alla prova nell’astrofotografia a largo campo. Pubblico i miei scatti più recenti sul profilo Instagram, quindi se volete vedere altri momenti catturati con il Ninty Fifty, vi invito a fare un salto sul mio profilo.

  • Parigi in Autunno: 3 giorni nella città più romantica d’Europa

    Parigi in Autunno: 3 giorni nella città più romantica d’Europa

    Ah l’autunno! La stagione dei colori e dei tramonti rossastri. E quale momento migliore per una ‘tre giorni’ fuori porta? Magari nella capitale Europea romantica per eccellenza. In questo articolo troverete qualche consiglio per godervi al meglio 3 giorni a Parigi. La capitale francese, con i suoi 2,1 milioni di abitanti, vi lascerà a bocca aperta facendovi sentire attori in un film.

    Primo Giorno

    Cominciamo con il volo: i prezzi non sono mai troppo economici per questa meta in questo periodo dell’anno, ma con qualche settimana di anticipo potrete portarvi a casa i biglietti ad un buon compromesso. Nel nostro caso, l’aeroporto di partenza è Milano Malpensa (MXP) e con poco più di un’ora di viaggio siamo atterrati a Charles de Gaulle (CDG) alle 8:00 del mattino. Il volo al mattino presto vi permetterà di sfruttare l’intera giornata. Il collegamento con il centro cittadino è davvero facile: vi basterà prendere la Rer B dal terminal di arrivo e scendere in una delle tante fermate centrali.

    Prezzo Rer-B: 10,30€ a persona

    Noi abbiamo deciso di prendere un Hotel nel quartiere di Montparnasse, luogo ricco di locali con specialità Francesi e vie incantevoli per una passeggiata dopo cena. Una volta effettuato il check in e lasciate le valigie in albergo, ci siamo subito lanciati alla scoperta della capitale francese. Sebbene ogni punto della città sia raggiungibile con i mezzi pubblici, il modo migliore di godere del foliage parigino è sicuramente quello di percorrere la capitale a piedi, perdendovi nei suoi viali alberati. Ci dirigiamo verso Champs de Mars. Il piatto forte del menù di questo primo giorno è la Tour Eiffel, per la quale vi raccomandiamo di prenotare i biglietti in anticipo sul sito ufficiale al fine di non allungare i tempi in coda e di riuscire ad accaparrarvi uno dei turni per arrivare in cima ai suoi 300 metri.

    Prezzo biglietti: 26,80€ a persona
    Consiglio: Prenotare in anticipo

    Dopo un pranzo veloce in una delle tante boulangerie ed una passeggiata lungo la Senna è tempo di salire sul monumento simbolo della cultura francese in tutto il mondo. L’osservatorio sulla sommità, raggiungibile tramite due ascensori, vi garantisce una vista a 360 gradi sulla città da dove potrete scorgere ed apprezzarne i luoghi chiave. Al ritorno dalla sommità vi consigliamo di prendere le scale che vi porteranno dal primo piano a terra: avrete modo di apprezzare le travi di ferro e la complessità di questa opera architettonica. Una volta scesi, abbiamo approfittato della luce del tramonto che filtrava attraverso le vie cittadine per fare qualche scatto.

    Secondo Giorno

    Il secondo giorno si apre con la più classica delle colazioni francesi: pain au chocolat, spremuta e cappuccino. Parigi è piena di boulangeries che fanno anche pasticceria; il prezzo medio di una colazione è di 4€ circa a testa. Prendiamo la Metro direzione Île de la Cité dove possiamo apprezzare il gotico celebre della cattedrale di Notre Dame. Purtroppo, a seguito dell’incendio del 2019, la chiesa è visibile solo dall’esterno. Per entrarvi bisognerà attendere il completamento dei lavori di restauro, previsti nel 2024.
    Tappa che invece raccomandiamo è la visita alla Sainte-Chapelle, adiacente al Palazzo di Giustizia, dove rimarrete affascinati ed avvolti dalle vetrate che ricoprono l’intera struttura.

    Prezzo biglietti: 11,50€ a persona
    Consiglio: Non conviene comprare il biglietto online ma mettersi subito nella fila senza prenotazione. La coda è abbastanza scorrevole e in mezz’ora vi troverete ad accedere al complesso.

    Verso ora di pranzo potrete dirigervi al quartiere di Montmartre, celebre per la basilica del Sacré-Cœur con una vista mozzafiato sulla belle ville ed i negozi degli artisti. L’accesso alla basilica, posta sulla sommità della collina, è gratuito e vi si giunge salendo le scalinate del colle o tramite la funivia. Noi abbiamo scelto la prima opzione per effettuare qualche scatto. Altro luogo consigliato se siete in dolce compagnia è il muro del Je t’aime, dove potrete scattare qualche foto romantica davanti al Ti Amo in tutte le lingue del mondo. Una volta esplorato il quartiere, ricco di stoffe e di scorci suggestivi, potrete scendere dal colle ed incamminarvi verso il IX Arrondissement. Avendo ancora un po’ di tempo prima dell’ora blu, noi abbiamo deciso di immergersi nel mondo dello sfarzo e della moda con un piccolo tour alle Gallerie Lafayette: qui gli amanti del lusso non rimarranno delusi. Infine, si procede passando affianco all’Opéra national de Paris per giungere a Place de la Concorde in tempo utile per godere dell’ora blu. La transizione dal giorno alla notte rende magica l’atmosfera, quindi approfittatene!

    Terzo giorno

    La parola chiave del terzo ed ultimo giorno a Parigi è Arte. E quale luogo migliore se non il Museo del Louvre?

    Chiariamolo subito, a meno che non siate appassionati e studiosi della materia, il mio consiglio è quello di consultare in anticipo il catalogo delle opere esposte e selezionare quelle che avete intenzione di vedere. Il passaggio successivo è quindi quello di capire in quali sale le opere sono collocate. In questo modo ottimizzerete il tempo e non rischierete di vagare a caso rimanendo delusi. Considerate comunque almeno 4 ore per una visita delle maggiori opere.

    Prezzo biglietti per Museo del Louvre: 17€ a persona

    Noi siamo entrati alle 9:30 (mezz’ora di coda per l’ingresso) e siamo usciti verso le 4 del pomeriggio con pausa pranzo al Café Mollien che troverete all’interno del museo. Per acquistare Souvenirs, evitate lo store dentro il museo e preferite invece quello all’uscita del tour: comprende anche una libreria d’arte, stampe e repliche delle opere in scala. All’uscita, dirigetevi verso l’Arco di Trionfo. Se avrete abbastanza tempo a disposizione, godetevi una bella passeggiata lungo l’Avenue des Champs Élysées fino al monumento.

    Parigi vestita d’autunno vi aspetta!

  • Fotografie Autunnali: 4 Idee per migliorare i vostri scatti

    Fotografie Autunnali: 4 Idee per migliorare i vostri scatti

    In questo articolo voglio darvi qualche consiglio su come sfruttare al meglio quello che l’autunno ha da offrirvi per migliorare i vostri scatti. Questa stagione piena di colori vi permetterà infatti di giocare con toni e saturazione per mettere in risalto i vostri soggetti e rendere uniche le vostre inquadrature. Cominciamo!

    Usate lo sfocato

    Partiamo dal chiederci: cosa renderà il mio scatto godibile? Sicuramente uno degli elementi che renderanno la vostra foto autunnale diversa dalle altre sarà l’interesse che susciterete nell’osservatore. Più il vostro pubblico si soffermerà ad esplorare con l’occhio il vostro scatto, maggiore risulterà la potenza espressiva della vostra immagine. Uno dei modi per raggiungere questo obiettivo è quello di combinare in un’unica fotografia più piani focali, magari affiancando una porzione fuori fuoco ed una ben definita, che tendenzialmente conterrà il nostro soggetto o parte di esso. E quale strumento migliore quindi se non una foglia appena caduta e dai colori vivaci per accendere il vostro scatto? Nell’esempio che riporto qua sotto, potete notare come il soggetto non venga ripreso direttamente ma tramite l’interposizione parziale di un “ostacolo” che lo valorizza. Potrete inoltre giocare a variare la distanza fra soggetto-ostacolo e ostacolo-obiettivo, in modo da regolare l’effetto di sfocatura e la sua presenza nella fotografia.

    Incorniciate il vostro soggetto 

    Il prossimo punto è strettamente collegato al primo. Un viale alberato, un porticato, uno scorcio attraverso una finestra: di cornici naturali ed artificiali ve ne sono ovunque lì fuori, sfruttatele! Vi riporto due esempi qui sotto, entrambi che inquadrano la romantica Tour Eiffel incorniciata dal foliage degli alberi del lungo Senna. Come potete vedere, nel primo caso le foglie autunnali fanno da cornice naturale alla costruzione, mentre nel secondo ho voluto ricreare un effetto scorcio per far risaltare il soggetto.

    Sfruttate l’Ora Blu

    Nelle stagioni fredde come l’autunno e l’inverno si sa, le giornate durano di meno. Questo vuol dire che l’ora blu sarà più accessibile, dal momento che si andrà a collocare tra le 5 e le 7 di sera a seconda di dove vi trovate. Il mio consiglio è quindi di sfruttare al massimo questo periodo di transizione dal giorno alla notte per riprendere al meglio i vostri soggetti, che avranno ancora abbastanza luce per risultare definiti in fotografia senza dover ricorrere a lunghe esposizioni e al contempo mostreranno la loro bellezza grazie alle luci della sera. Anche in questo caso vi riporto uno scatto dal nostro ultimo viaggio a Parigi. Notate come l’ora blu si presti particolarmente bene per scatti in un ambiente urbano. L’ulteriore presenza di nuvole a bassa quota che caratterizza le giornate autunnali ha permesso di far risaltare il fascio del faro proiettato dalla torre.

    Ritraete durante il tramonto

    Il tramonto autunnale è sicuramente fra i più suggestivi. In autunno infatti la luce del Sole appare fredda ed al contempo rossastra, permettendovi di cogliere l’attimo per ritrarre il vostro soggetto nelle migliori delle condizioni. Non abbiate quindi paura di sperimentare pose più o meno classiche, sfruttando il contrasto che la luce vi regala.

    Questi sono solo alcuni dei consigli per riprendere la magia dell’autunno nelle vostre fotografie. Ora tocca a voi!

    Buona Luce

  • Astrofotografia: un processo non lineare

    Astrofotografia: un processo non lineare

    Avete deciso che questa sera vi dedicherete ad una sessione astrofotografica. Cominciate a pregustare il momento, immaginando come vi sentirete mentre effettuerete gli scatti. Coltivate i dettagli nella vostra mente, lasciando crescere di pari passo le ambizioni. Vi vedete già vincitori della prossima Astronomy Picture Of the Day. E quando il sole cala, cominciate a controllare il tempo dalla finestra, sperando che le nuvole non facciano il loro ingresso a tradimento nella scena nonostante il meteo preannunci notti limpide. È tutto pronto, portate fuori la strumentazione, siete nel mood giusto e cominciate a scattare. Vi godete il momento, alternando il focus tra la fotocamera ed il cielo stellato. Quando pensate di essere soddisfatti delle vostre esposizioni, rientrate in casa (il più delle volte irrigiditi dal freddo, lo sappiamo bene), rimuovete subito la SD card dallo slot per controllare gli scatti sul computer e…Vi siete appena resi conto di aver buttato un’intera sessione di astrofotografia! Le riprese sono di pessima qualità, le stelle mosse e sapete che qualsiasi tentativo di correzione in post-produzione sarà inutile.

    L’astrofotografia non è un processo lineare. Ci sono così tante variabili da tenere in considerazioni che spesso diventa difficile capire quali assumono più importanza in funzione dello scatto e quali passaggi, se non effettuati correttamente, pregiudicheranno il risultato finale. Ma esiste un metodo per evitare di gettare al vento un’intera serata di scatti? In questo articolo voglio condividere con voi 3 consigli base per diminuire il rischio di errore. Niente tecnicismi, quelli li riserviamo per articoli futuri. Solo comune buon senso a volte sottovalutato presi dall’emozione dell’attesa e dalla concentrazione del risultato. Cominciamo.

    1. Pianificare lo scatto

    Che decidiate di fotografare nel giardino di casa o dal Deserto di Atacama, ogni vostro scatto ben riuscito sarà frutto di un’attenta pianificazione. E qui c’è da fare una precisazione: quando dico pianificare, intendo preparare alcuni elementi chiave, senza lasciarsi ossessionare da procedure e dettagli. Non bisogna cadere infatti nel fenomeno denominato over-planning, che rischia di snaturare quella che dovrebbe essere prima di tutto una passione. Lo scopo è di prevedere il prevedibile e ridurre il consumo di tempo, fondamentale nella fotografia astronomica. Un esempio fra tutti? Un’eclissi di Sole: l’evento durerà pochi minuti, e avrete una sola possibilità per la riuscita dell’impresa. Per approfondire l’argomento, vi rimando a questo articolo dell’astrofotografo britannico Alyn Wallace.

    2. Lavorare sul proprio workflow

    Ogni scatto è diverso, e in ogni composizione e soggetto possiamo mettere del nostro. Per arrivare al risultato però, può essere utile una bussola che ci aiuti a trovare la direzione. Man mano che vi alternerete fra ripresa ed elaborazione, imparerete a riconoscere dei pattern principali, e creerete il vostro flusso di lavoro personalizzato. Questa mappa, o workflow, non solo costituirà il vostro metodo ma definirà nel lungo termine la vostra identità come astrofotografi. Sul web trovare decine di tutorial di ogni genere, come il mio articolo su come riprendere la Stazione Spaziale Internazionale: possono sembrare pochi passaggi, ma non fatevi ingannare…ore a provare e riprovare sono state tante!

    3. Non aver paura di chiedere

    Nonostante i primi due punti, capiterà sicuramente di rimanere impantanati in un punto nel quale non si riesce a progredire. In questi casi, soprattutto per i più orgogliosi, il mio consiglio è quello di spogliarsi dall’eccesso di zelo e di rivolgersi ai molti blog e gruppi social sull’argomento: internet non è una vetrina per la competizione, ma uno strumento in cui esperti e principianti possono condividere la loro storia ed apportare un contributo significativo alla community. È in questo che risiede la forza di un gruppo di appassionati: dall’errore del singolo ne deriva la forza di molti. Nelle varie sezioni di Forum Astrofili Italiani o nel più internazionale Astrobin potrete trovare centinaia di appassionati, proprio come voi, pronti a rispondere ai dubbi che vi tengono svegli la notte; per scattare, ma soprattutto per migliorare.

    Buona Luce e Cieli Sereni

    Emanuele

  • SocialMusic: la Musica al tempo dei #Reels

    SocialMusic: la Musica al tempo dei #Reels

    Oggi mi sento ispirato: imbraccio la chitarra elettrica, connetto la cavetteria accendo l’ampli. Navigo su GuitarTab e cerco quel brano che ho in testa da giorni, con quel riff graffiante che non vedo l’ora di padroneggiare. E così, prova e riprova, arrivo ad una performance soddisfacente. Poi mi dico sai che c’è? Se lo condividessi con i miei followers potrei mostrare quello che so fare, comunicare un’emozione. Apro Instagram, sistemo l’iPhone in un angolo della stanza e mi riprendo mentre suono la parte clue di tutto il brano. Quando ritengo che la registrazione sia buona stacco, condisco il Reel con la giusta dose di #Hashtags e lascio che l’algoritmo faccia tutto il resto. Abbastanza semplice e appagante.

    Nel frattempo, dietro le quinte, Zuckerberg ha captato i miei gusti, ed ecco che scorrendo la sezione Esplora di Instagram vengo bombardato di video sotto il minuto di durata caricati da ragazzi della Generazione Z. Cover di brani Neosoul, Bieber, Billie Eilish. Giovani musicisti che, chi per passione chi per sogno, cercano di uscire dalle loro stanze per far arrivare il loro sound sempre più lontano. Un po’ come dei radioamatori, esploratori non canali in frequenza ma di social apps. Capisco di non essere solo a giocare questo gioco, ma parte di una community di utenti che condividono la passione per la musica suonata e per la chitarra. Ma stiamo davvero facendo musica? In fondo sono suoni distillati, frutto di una visione finalizzata a quella manciata di secondi. #TikTokers e #Istagrammers lo sanno bene: video lunghi restringono l’audience e diminuiscono le visualizzazioni. YouTube ha lanciato in beta version i suoi #Shorts per allinearsi alle altre piattaforme, vorrà pur dire qualcosa.

    Non mi dilungherò su tutti quegli aspetti legati all’efficacia del contenuto pubblicato in termini di numeri. Siamo sempre a caccia di like e altre forme di reaction. Brevi rilasci di endorfine che finiscono per condizionare il nostro modo di scrivere e creare contenuti da proporre al proprio pubblico. Sto parlando del motivo che ci spinge a fare zapping su Spotify ed Apple Music alla ricerca di quella porzione di brano con la base giusta per metterci sopra del nostro. Tutta estetica, poca sostanza direbbe qualcuno. Ma ogni tape è diverso, un po’ come entrare in biblioteca per spulciare i libri tra gli scaffali. Non è il solito modo di suonare, non si esegue più un brano per intero ma qualche fraseggio. Questo zapping musicale, se affrontato con il giusto metodo, non può far altro che elasticizzare i muscoli della nostra mente, atrofizzati spesso dall’ascolto ossessivo dei nostri pezzi preferiti. Aspetto negativo? Mancanza del complesso live. La componente relazionale è limitata all’interazione post produzione e anche volendo i ritardi di connessione non lo permettono ad oggi; ma i Duetto di TikTok cercano di porre rimedio anche a questo.

    Difficile cercare di comprendere, il cambiamento sta già avvenendo ed accelera di Mb/s ad ogni istante. Reputo che dobbiamo semplicemente accettare che nel 2021 si stia esplorando un nuovo modo di far passare un messaggio che possa superare virtualmente gli isolamenti generati dalla pandemia COVID-19. La scelta di abbracciare questo cambiamento o di deprecarlo è nostra, ma poco influente. Saranno sempre un gruppo di ragazzi del Berklee College of Music classe 2025, con le loro cover ed il loro stile, a dettare quello che ascolteranno i nostri figli e nipoti un domani.

    Aggiorniamoci.

  • Recensione: Olympus DPS I 8×40 (parte I)

    Recensione: Olympus DPS I 8×40 (parte I)

    La passione per il cielo stellato mi ha fatto volgere lo sguardo recentemente alla ricerca di uno strumento che potesse essere tanto portatile quanto efficace per effettuare uno scanning del cielo e del territorio circostante. L’obiettivo era di poter effettuare osservazioni di giorno e in in condizioni di scarsa illuminazione; la scelta quindi è ricaduta su un binocolo (possedendo già un telescopio).

    Premetto che volevo tenermi su un oggetto di fascia bassa, da usare come vero e proprio mulo e farmi le ossa, essendo la prima volta che mi avvicino a questo mondo. Dopo varie ricerche e consultando forum qua e là due sono stati i prodotti tra i quali ero indeciso:

    Come avrete capito, la mia scelta è ricaduta su quest’ultimo modello. Ma procediamo con ordine:

    La confezione mi è arrivata in ottimo stato. All’interno ho trovato:

    1. il binocolo con i 4 tappi coprilenti
    2. Custodia e laccetto per appenderlo al collo
    3. Garanzia di 25 anni e manuale di istruzioni multilingua

    3

     

    Il binocolo, con un peso di 710gr e dimensioni 5,8cm x 18,2cm x 13,9cm, risulta essere molto portatile (non ho problemi a tenerlo in mano per un tempo prolungato nella posizione tradizionale di holding dei binocoli) e la sensazione di presa è molto buona grazie al grip fornito dalla gomma di buona manifattura. Questo strumento fornisce all’osservatore un ingrandimento 8x, quindi ingrandendo 8 volte l’immagine. Caratteristica che mi ha portato alla sua scelta e che ho subito riscontrato è il suo ampio campo di vista: ben 8,5°, per un angolo di vista apparente totale di 65,6°. Visto l’uso che ne voglio fare, la sua pupilla d’uscita di 40/8 = 5mm lo rende molto buono per le osservazioni in condizioni di scarsa illuminazione poichè la pupilla si dilata al buio. L’architettura ottica a 5 elementi consente un’immagine nitida e ad un primo utilizzo la definizione osservata è stata del tutto soddisfacente. La ghiera centrale permette di regolare il fuoco con una buona precisione e non si presenta difficile da ruotare: da una distanza minima di 4m fino a distanze molto ampie.

    4

    Essendo astigmatico e soffrendo di miopia, ho subito notato che questo modello presenta la possibilità di effettuare la correzione diottrica, ma purtroppo questa è implementata solo sull’oculare destro. Ad ogni modo, per chi portasse gli occhiali ne consiglio fortemente l’utilizzo con lenti a contatto vista la distanza pupillare minima di 12mm: in caso contrario, il campo di vista ne risulterebbe fortemente ristretto interponendo gli occhiali fra pupilla e lente del binocolo, facendo perdere la qualità di wide field a questo prodotto.

    2

    Domanda: perchè, se vuoi farne un uso anche astronomico, hai scelto l’8×40 e non un binocolo con una magnificazione più alta come il corrispettivo fratello maggiore Olympus DPS I 10×50?

    Risposta: perchè, sebbene sia andato a provare direttamente un binocolo di taglia 10×50, al suo maggiore ingrandimento che apporta sicuramente un beneficio per l’osservazione degli oggetti del profondo cielo bisogna aggiungere nella valutazione un maggiore peso con tremolio annesso, e probabilmente nel lungo periodo avrei avuto bisogno di attaccarlo ad un treppiede.

    Ho intenzione di continuare la recensione di questo binocolo che sinceramente ho amato dal primo momento per darvi maggiori informazioni circa il suo utilizzo in differenti condizioni di visibilità, quindi appena possibile arriveranno altre parti della recensione!

    Buona Luce

  • Winter Notes I

    Prima nevicata dell’anno.

    Un momento magico, ricco di attesa per coloro che hanno la fortuna di assistervi nel luogo in cui vivono. Eppure l’atmosfera si trasforma ancor prima che il primo fiocco si posi per terra; perché la neve si sa, prima di arrivare, è nell’aria. La puoi sentire, quando tutto intorno si fa calmo ed i suoni sembrano ad un tratto ovattati. Un annuncio, seguito da un avvenimento che regala emozioni a grandi e piccoli. Cominci a chiederti se quest’anno ce ne saranno molte altre, o se sarà il solito inverno senza neve; speri per la prima, temi per la seconda.

    Ti affacci alla finestra, quando un uccello si sofferma sul tetto della casa di fronte dove dal comignolo comincia già ad uscire il fumo, che lascia immaginare momenti di raccoglimento dentro le mura. Si guarda attorno, come a dire “ci siamo, ci si prepara a questo da un anno”. Miro al volo e scatto questa fotografia.

    Un fermo immagine che riporta la realtà, ma che suggerisce molto più di quanto ho saputo immaginare e scrivere.

    Un augurio di Buon Natale a Voi tutti.

    IMG_4489 firma

  • Teatro e Scienza al Politecnico di Torino

    Teatro e Scienza al Politecnico di Torino

    Serata dedicata alla storia dell’astronomia e alle donne quella di ieri sera nell’Aula Magna del Politecnico di Torino, al n.24 di Corso Duca degli Abruzzi.

    L’evento si è aperto alle ore 19:00 con un intervento di Angelo Tartaglia, Docente Associato di Fisica presso l’Ateneo torinese dal titolo “E Luce fu”: il breve racconto percorre migliaia di anni di storia per mostrare come la natura della radiazione luminosa sia stata da sempre uno dei più grandi interrogativi dell’uomo. Partenza dalla visione primordiale data nel grande Racconto Biblico, passando per le civiltà Egizia e Greca, fino al grande dibattito sul dualismo onda-corpuscolo nato nel XVII secolo e confermatosi solo all’inizio dello scorso secolo; un viaggio fra scienza ed arte, quello che ha proposto il Professor Tartaglia, capace di fornire all’ascoltatore uno spunto di riflessione sulla società di oggi in riferimento alla luce dell’umanità in quanto capacità di provare passione e compassione in contrasto con la brutalità delle tenebre che solo la natura umana può concepire.

    turner
    W.Turner, Didone costruisce Cartagine (1815), Londra, National Gallery

    Gv 1,5

    “la luce splende nelle tenebre,

    ma le tenebre non l’hanno accolta.”

    Alle ore 19:20 è iniziato l’omonimo recital multimediale, incentrato sulle figure di sei donne straordinarie che hanno rivoluzionato il mondo dell’astronomia e che, proprio per la loro natura femminile, spesso sono state messe in secondo piano, all’ombra dei loro promotori, mariti e tutori.

    La chiarezza espositiva delle presentatrici, accompagnata dall’utilizzo di immagini tratte da uno strumento Software open source immediato quale Stellarium, ha permesso al pubblico di familiarizzare con i concetti di Quasar e Pulsar, con la classificazione delle stelle in base al loro spettro di emissione ed i cataloghi utilizzati ancora oggi nella comunità astronomica (Il New General Catalogue NGC ne è un esempio). L’intento, quello di portare tutti i presenti ad avvicinarsi alle figure di queste scienziate e di aprire gli occhi ad un sottobosco di menti geniali dal quale sono emerse nei secoli per ragioni storico-sociali solo figure maschili, è riuscito a pieno. Una dedica conclusiva, quella fatta dall’autrice ed attrice Maria Eugenia d’Aquino e da Ilaria Arosio, astrofisica e divulgatrice dell’Osservatorio Astronomico di Brera, nei confronti di tutti coloro che cambiano il mondo inseguendo la loro passione; non per i premi, ma per il Fine più alto.

    Herschel Print
    William Herschel (1738-1822) che scopre Urano nel 1781. Sua sorella Caroline che prende appunti.

    Per concludere, ecco l’elenco delle donne protagoniste:

    Gabrielle Émilie du Châtelet (1706 – 1749): Matematica, fisica e letterata francese.

    Caroline Lucretia Herschel (1750 – 1848): Astronoma, matematica e cantante lirica britannica di origine tedesca.

    Annie Jump Cannon ( 1863 – 1941): Astronoma statunitense.

    Cecilia Helena Payne Gaposchkin (1900 – 1979): Astronoma inglese naturalizzata statunitense.

    Margaret Burbidge (1919): Astrofisica inglese naturalizzata statunitense.

    Jocelyn Bell Burnell (1943): Astrofisica britannica, scopritrice.